
Action Comics #1 (Vol.II)
Dario: Ciao socio! Dopo Superman: Terra Uno, ci ritroviamo a recensire un altro importante giro di boa per l’Uomo d’Acciaio: il reboot che in questi mesi sta coinvolgendo (e sconvolgendo) l’universo DC, e Lui in particolare.
Emanuele: Benritrovato in questa “recensione doppia”! Sembra lo voglia il destino: ci ritroviamo a confronto sempre con nuove versioni del nostro beniamino, mai con una classica. Ma forse è meglio così, in questi casi le nostre divergenze emergono maggiormente e i lettori si divertono.
Dario: Esatto! E se ci pensi, in questo caso abbiamo opinioni opposte… pur rimanendo d’accordo su un aspetto, ossia i dubbi riguardanti l’operazione complessiva di questo reboot.
Emanuele: Vero. Ma secondo me, se ho capito bene i tuoi pensieri dalle nostre vecchie chiacchierate, stavolta sono molto meno opposte di quel che si potrebbe pensare.
Dario: Riassumiamola così: poteva andare peggio, ma da Grant Morrison mi sarei aspettato molto di più. Il Superman di questo nuovo Action Comics sembra l’antitesi del suo capolavoro All Star Superman. A partire dal personaggio, che da umanissimo semidio si trasforma in vigilante manesco, arrogante e dalla battuta facile. In altre parole, un protofascista. Ma, ehi, questo è l’omaggio al primo Superman degli anni ’30, Siegel e Shuster, bla bla bla…! Bella figata…
Emanuele: Secondo me, correggimi se sbaglio, entrambi vediamo il bicchiere a metà, solo che tu lo vedi mezzo vuoto e io mezzo pieno. Certo, è vero, anche io ho trovato il “Superman vigilante” totalmente fuori personaggio, nonostante la sua sia una fase temporanea. Non puoi, tu, grandissimo scrittore, giustificarmi questo comportamento con la mancanza dei genitori adottivi. Cavolo, saranno stati presenti per almeno i primi 15 anni della tua vita, possibile che non ti abbiano insegnato nulla? A me questo sembra più un Superman buono per natura ma cresciuto tra un orfanotrofio e l’altro, tra una famiglia adottiva e l’altra, che vuole fare del bene ma che non sa esattamente come, perché nessuno glielo ha mai insegnato.
Dario: Il Superman “ragazzo problematico” in effetti mancava. A questo punto, mi tengo il cappuccio-emo di Earth One.
Emanuele: Nonostante tutto, mi sento in dovere di applaudire l’impegno sociale che dimostra verso i deboli, che sia una moglie che subisce violenze domestiche o che sia un gruppo di sfrattati che sta per rimetterci la vita. Purtroppo sono i metodi che lo fregano, poco ortodossi e lontani dal personaggio. Il vero Superman si sarebbe limitato a spaventare a morte il marito violento, magari tenendolo a testa in giù sospeso nel vuoto, senza recargli alcun danno e raggiungendo lo stesso risultato.
Dario: Davvero! E poi, seriamente, quando mai Superman non è stato dalla parte dei deboli? L’impegno con i ragazzini di Suicide Slum negli anni ’90, la poetica pagina di All Star Superman con la giovane suicida, la lotta contro i proprietari terrieri nella Bronze Age me li ricordo solo io?
Emanuele: Verissimo! Diciamo solo che quel lato veniva oscurato dalla presenza degli innumerevoli supercriminali. A me ha fatto molto piacere leggere una storia in cui non ci sono metaumani, e che a mettere in difficoltà l’Azzurrone siano stati dei comuni militari, guidati da un geniale stratega, piuttosto che un Metallo qualunque.
Dario: Capirai, bella cosa prendersela con militari e rapinatori quando puoi saltare grattacieli, hai la vista calorifica e i proiettili ti rimbalzano addosso.
Emanuele: Ma dai! Ci sta che all’inizio della sua carriera sia ancora incerto su cosa fare del suo dono e si limiti al rapinatore che assale la coppia nel vicolo. In sei mesi, il tempo trascorso dalla sua prima apparizione, è normale che si sia occupato solo della gente comune, senza salvare aerei in rotta di collisione. Invece del ritorno a leggenda metropolitana, cosa mi dici? Ho amato questo aspetto sia nel ’38 che nell’annual Year One degli anni ’90, che nella serie TV Smallville. Mi piace che non sia fin da subito l’icona che ispira a far del bene solcando i cieli, che la sua prima apparizione non sia agli occhi di tutti, salvando Lois da un elicottero abbattuto.
Dario: Penso che l’essenza di Superman sia nella splash page di Alex Ross nel primo capitolo di Kingdom Come. Togli la meraviglia da Superman, togli la sua maestà morale, e rimane un Sentry qualsiasi. Apprezzo lo sforzo di Morrison di renderlo “scomodo”, meno boy-scout e più alieno, ma l’esito non è a mio parere pienamente riuscito. Un personaggio come Superman non può essere inserito in un contesto realistico, perché è la quintessenza del racconto fantastico, narrazione di universi bizzarri, di personaggi strani e fatti incredibili che riflettono la realtà come uno specchio deformante. Ho sempre pensato che, paradossalmente, il genere letterario di Superman non è il supereroismo canonico, ma il “meraviglioso”, come direbbe Todorov. Trovo abbia molte più cose in comune con romanzi come La storia infinita e Guida galattica per autostoppisti che con Spiderman o Capitan America.
Emanuele: E vabbé! Però, ripeto, siamo solo agli inizi. E’ ovvio che il punto d’arrivo debba essere l’inizio dell’icona riconoscibile. Ma se non concedi questo neanche per 5-6 numeri, sei proprio una suocera!
Dario: A me non sta dando l’idea di poter passare da picchiatore a boy-scout, per quanto possa essere lungo il suo cammino iniziatico. E ripeto, dov’è la meraviglia? Alla gente Superman piace perché vola e fa cose incredibili, non perché zompetta di palazzo in palazzo e pista rapinatori. Inoltre, vorrei porre l’attenzione sull’aspetto stilistico di questo AC: dov’è la rivoluzione di linguaggio di cui tanto ha parlato Morrison? Per carità, non che ci sia nulla di malaccio: lo storytelling è fluido e tutto concentrato sull’azione, a leggersi è pure piacevole: però pare di trovarsi di fronte a un normalissimo Geoff Johns. Dove sono i dialoghi? Dov’è la scrittura? Dov’è il lessico ricercato per cui Morrison è apprezzato?
Emanuele: Il boy-scout ce lo possiamo anche scordare stando alle dichiarazioni dello scrittore. E’ vero tutto il resto. Da piccolo mi sono innamorato del personaggio principalmente per il volo. Però mi piace anche vedere i poteri crescere poco a poco. Mi spiego meglio. Con un Superman coi poteri al massimo per metterlo in difficoltà devi prendere fin da subito un Metallo qualunque. Invece preferisco il percorso à la Dragon Ball, con le difficoltà che crescono all’aumentare della forza del protagonista. Una scaletta serve per non annoiare il lettore dopo uno o due anni. Per la rivoluzione fumettistica, resto in attesa anche io dato che non si è visto ancora nulla. Ma tiro un sospiro di sollievo per quanto riguarda il lessico complicato che mi fa uscire fuori dai gangheri.
Dario: Per il lessico complicato, imparati l’inglese invece di sperare ai danni di chi ama il bello stile!
Emanuele: Che mi dici invece di quel pizzico di soap opera che si è assaporata in questo numero? Io la adoro e sono curioso di vedere come proseguiranno le vicissitudini di questo Clark che deve pagare l’affitto.
Dario: Come sai, il meccanismo narrativo della soap non mi piace, e non (solo) perché toglie iconicità al personaggio, ma perché lo trovo proprio artisticamente brutto, un “cattivo infinito” perennemente irrisolto, come direbbe Hegel. Ma non voglio farla lunga con discorsi di teoria letteraria! Tu che mi dici di Rags Morales? A me piaciucchia, ma mi sembra un po’ sopravvalutato. Alla Bonelli passerebbe come un disegnatore medio.
Emanuele: Non sono un fan di Rags, non lo sono mai stato neanche quando veniva lodato su Identity Crisis. Nelle sue ultime opere trovavo fastidiose le sue anatomie, i personaggi a triangolo, grossi sopra e con dei vitini da top model anoressica. Devo dire che qui mi piace, riesce a rendere un Superman giovane come non tutti sanno fare (anche l’ottimo Gary Frank quando ha disegnato Clark a liceo, lo ha fatto somigliare a Benjamin Button). Come ho già detto nella recensione in assolo, il difetto sono le rifiniture che sembrano tirate via.
Dario: Ah, l’ho detto che il costume di Superman è orribile e che se fossi un criminale, davanti a questo Superman, per quanto “badass” possa essere, scoppierei a ridere?
Emanuele: Il costume lo adoro ma non per un fattore estetico, bensì perché è un non-costume e da nostalgico di Byrne, mi piace che il suo debutto avvenga in abiti civili, che nulla sia programmato dopo qualche anno nella Fortezza ascoltando le parole di Jor-El. Non ho apprezzato giusto il mantello che ha la S rossa e non si distingue molto. Stando un velo pietoso sul taglio di capelli di Jimmy, copiati al Guy Gardner degli anni 90, quelli che comunemente si conoscono come “a cazzarola”. Un’ultima domanda per me, poi ti lascio andare. In molti hanno definito questo nuovo Superman un working class hero, tutti tranne Morrison che si è limitato ad accostarlo a Bruce Springsteen. Tu, amico sinistroso, cosa ci vedi in comune con la classe operaia a parte pantalone e stivale da contadino? Roba da far rivoltare nella tomba Marx. Da quando l’abito fa il monaco?
Dario: La storia del working class hero non l’ho ancora capita. Spaccare teste a destra e a manca contando sulla propria superiorità fisica e dicendo di farlo “per la gente” comune è esattamente ciò che facevano le camicie nere poco prima della marcia su Roma. Qui non si tratta di essere di sinistra o di destra, non giudico un’opera in base alla sua presunta appartenenza politica: ma, semplicemente, trovo ci sia qualcosa di sbagliato e terribilmente impari nel picchiare criminali comuni quando si hanno superpoteri. Puoi farlo se sei Batman, se sei Tex Willer, se sei Kenshiro, ma non se sei Superman. Ecco un’altro aspetto vincente del Superman Silver Age (ma anche di quello di Byrne, a onor del vero): i suoi nemici erano sempre alla sua altezza, non vinceva mai facilmente.
Emanuele: Come non essere d’accordo? Puoi anche metterlo contro dei comuni criminali ma non fargli menar le mani in modo esagerato. Guarda ad esempio l’avvincente scena della rapina in banca di Superman Returns.
Dario: In conclusione, voto? Per me non più di 5 e mezzo.
Emanuele: Un 7 di incoraggiamento glielo do volentieri, sperando di migliorarlo a fine story arc. La bravura degli autori è indubbia e per 29 pagine sono rimasto incollato al fumetto. Rimangono alcuni aspetti, descritti nel corso della recensione, troppo lontani dal personaggio. Vediamo se lo scrittore scozzese riesce a riprendere la sua creatura per i capelli.