IL PUNITORE

 Di Daniele Cerboneschi  

Un ringraziamento speciale a Tommaso Caretti


  CHI E' IL PUNITORE

Frank Castle, ex-marine nella guerra del Vietnam, recatosi con la famiglia a Central Park per un picnic,  resta coinvolto in un regolamento di conti tra bande malavitose rivali. Sua moglie e i suoi figli vengono barbaramente uccisi, lui sopravvive miracolosamente. Ma quel drammatico evento segna anche la fine dell'uomo-Frank Castle; dalle ceneri della sua psiche distrutta nasce il Punitore, una macchina dispensatrice di morte priva di emozioni, il cui unica scopo è punire ed uccidere tutti i criminali!

UN PO' DI VIOLENZA? SIGRAZIE.

Non è un caso che il Punitore abbia raggiunto la sua massima popolarità tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni 90, lasso di tempo in cui nacque e si affermò il fenomeno dell'antieroe.

I gusti del pubblico stavano cambiando, perché la realtà stava cambiando. Se il mondo stava diventando sempre più caotico, violento e veloce, i fumetti, che da sempre ne sono uno specchio anche se distorto, dovevano per forza tenerne conto ed adeguarsi. Allora basta con i classici supereroi belli, buoni e solari, il cui messaggio di giustizia risultava essere sicuramente utopistico e spesso ridicolo; via libera invece a vigilanti oscuri, violenti, tortuosi , ai limiti della psicosi, che rappresentassero una situazione sempre più complessa e cangiante in cui non ci sono certezze, in cui i confini, un tempo netti  tra il bene ed il male, tra il bianco ed il nero, sfumano assumendo contorni grigiastri ed indecifrabili.

L'antieroe degli anni 90' non ha più un suo rassicurante codice di onore; vede il mondo attraverso una lenta distorta, segue le leggi che lui stesso si è dato, non esita a togliere una vita, ma sopratutto ha degli obbiettivi ma mai degli ideali. Il confine tra l'antieroe moderno e il cattivo di turno diventa allora quasi impalpabile, i due estremi un tempo lontani ed irraggiungibili quasi si toccano.

Esempio lampante di tali differenze si può trovare nel doppio confronto Superman-Lex Luthor e Batman-Joker.

Il  primo è facilmente codificabile : c'e' il  buono che si oppone al  cattivo; per il secondo il discorso si complica: due psicotici e paranoici  possono essere etichettati buoni o cattivi? O sono semplicemente il prodotto delle loro ossessioni e quindi delle vittime?

Alla luce di ciò non deve più stupire che in quegli anni proliferassero nuove testate ad alto tasso di violenza, quali il Punitore, oppure venisse data una rilettura in chiave hard-boiled di altri eroi come Ghost Rider e Wolverine. Addirittura la DC fece esordire un mensile dal poco rassicurante titolo "The Butcher" (Il macellaio per i non anglofili) e vi assicuro che il suo lavoro non era certo vendere carne!

IL PUNITORE IN AMERICA

Il punitore , come molti altri suoi colleghi cartacei, nasce come comprimario sulle pagine di una serie esistente. La serie in questione era la leggendaria Amazing Spiderman che nel numero 129 datato 1974,  presentava per la prima volta il nostro Punitore,  frutto del felice connubio artistico di Gerry Conway e Ross Andru.Per anni il personaggio ha goduto di una discreta popolarità, regalandosi di tanto in tanto piccole comparsate, fino alla sua consacrazione avvenuta con la miniserie in cinque numeri "Circolo di Sangue" del 1985.

Tale miniserie vedeva ai disegni uno sfolgorante Mike Zeck (promettente artista che non ha poi saputo tener fede alle aspettative) ma soprattutto un sorprendente Mike Baron ai testi.Vale la pena spendere due parole per Mike Baron, vero padre putativo del nostro Punitore.

Ex-giornalista inizia a farsi conoscere all'inizio degli anni 80 con l'interessante serie Nexus (di stampo fantascientifico) e con Badger (esperto di arti marziali con un brutto carattere) edite entrambe dall'etichetta indipendente First Comics. Poi scrive qualche storia per Flash e DeadMan per la DC, ma riceve la vera consacrazione proprio sulle pagine del Punitore, dapprima con la sopraccitata miniserie, poi con il mensile regolare The Punisher (agosto 1987), che vedeva alle matite dei primi 5 numeri il grande inchiostratore Klaus Janson.

L'approccio che Baron ha verso il Punitore è sorprendente: chi si aspettava storie piene di sparatorie ed inseguimenti senza senso rimane spiazzato; Baron (come ha spesso dichiarato in varie interviste) non ama e non approva i metodi radicali del Punitore; narra quindi le sue storie con gelido distacco, con la freddezza di un articolo di cronaca che deve informare dei fatti senza avere l'obbligo di approvarli.

Frank Castle è un uomo solo, ossessionato dal desiderio di punire i criminali, pallido riflesso di un desiderio assai più grande di punire se stesso per non essere riuscito a salvare i propri cari. E Baron, con dialoghi secchi e taglienti percorre le tortuose vie della sua psiche, ce ne rileva la morale distorta, ci dimostra implicitamente che la violenza chiama violenza in una spirale di sangue dalla quale non può uscire un vincitore, ma al più un sopravvissuto.    

Il successo arriva ed è clamoroso, tanto da spingere la Marvel a dedicare a Frank Castle subito un'altra serie (Punisher War Journal), più una nutrita schiera di speciali e apparizioni d'onore dappertutto.

Pian piano però l'interesse attorno al vigilante iniziò a scemare ed il Punitore pagò una crisi più generale che investì tutto il mondo del fumetto e che decretò via via la chiusura di tutte le sue testate. Tolti i lettori occasionali infervorati dalla moda del momento, il Punitore poteva comunque contare su uno zoccolo duro di appassionati, realtà incontrovertibile che spinse la casa editrice americana più volte a scommettere ancora sul Frank Castle, arrivando addirittura a darne una interpretazione diversa ed edulcorata nelle prime due, orribili miniserie targate Marvel Knights.  Ma di questo (che è ormai storia dei giorni nostri) ce ne occuperemo nella seconda parte dell'articolo, che cercherà anche di ricostruire la sfortunata storia editoriale del Punitore nella nostra penisola.

FINE PRIMA PARTE

 

Daniele Cerboneschi

 



 

  

               

              

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