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Articolo di Fabio Ciaramaglia
John
Constantine e la sua ‘Visione in un Sogno’.
In Xanadu did Kubla Khan
A stately pleasure-dome decree
Constantine si ritrova con Rich, il suo vecchio amico risalente ai tempi
in cui suonavano in una band punk, nei pressi di Porlock, in Inghilterra, dove
è stato commissionato loro un lavoro di giardinaggio. Sta di fatto che il
villino nel quale devono lavorare è, come dice la proprietaria: ‘Quassù…
è dove Coleridge pare abbia dormito la notte in cui compose “Kubla
Kahn”’ (p.9). Non è semplicemente una leggenda urbana poiché, non
appena arriva nel luogo, Constantine inizia ad avere delle visioni di Coleridge
stesso e di un suo amico, tale James Constantine. La genesi di questo classico
della letteratura inglese è in effetti molto travagliata, se dobbiamo credere a
ciò che scrive Samuel Taylor Coleridge (1772-1834) in quella che è
l’introduzione alla sua poesia. Perso nella lettura di ‘Purchas’s
Pilgrimage’, ed esattamente in un passaggio che cita Il Milione di
Marco Polo, Coleridge riferisce di essersi addormentato, anche a causa di un
‘anodiyne’ (un sedativo). Durante il sonno profondo, inizia a fare un sogno
in cui ‘le immagini balzavano dinanzi a lui come cose’ (Coleridge
parla di sé in terza persona). Al risveglio egli iniziò a scrivere, senza
nessuno sforzo, un lungo poema che sembrava essergli stato dettato in quel
sogno, tuttavia, a causa di un visitatore inatteso, dovette interrompere la
composizione e al suo ritorno le immagini erano sparite. Ciò che resta è
‘Kubla Khan or a Vision in a Dream. A Fragment’. Molto
è stato scritto su questa poesia e non voglio tormentarvi nel riportarlo. Sta
di fatto che molti critici si sono interessati alla natura del sedativo che ha
causato il sonno e gli strani sogni. Si è quasi del tutto d’accordo sul fatto
che potesse essere laudano, ovvero oppio sciolto nell’alcool, una sostanza di
cui Coleridge divenne dipendente dopo che iniziò ad assumerlo per calmare i
suoi forti dolori reumatici. Sta di fatto che, come disse una volta qualcuno che
non ricordo, magari Coleridge ha scritto ‘Kubla Kahn’ sotto l’effetto di
droghe, ma non tutti quelli che ne prendono sarebbero capaci di scriverlo. Come
avrete intuito, in questa storia di Hellblazer, il visitatore
rompiscatole, nonché ‘procuratore di laudano’ non è altri che James
Constantine, ma il suo intervento nello scioglimento della trama è più
complesso di quello che si può pensare.
Nelle visioni di John, James e Coleridge passeggiano e discutono di
poesia. Samuel gli dice anche del libro di Purchas che gli ha inviato Charles
Lamb (poeta e scrittore coevo) e poi, quando stanno per congedarsi, chiede a
James ‘la… medicina…’. Dopo che James gli ha ribadito che gli deve
‘altri dodici scellini’, il poeta dice: ‘Armato con questo tuo buon
rimedio, James, starò fra le nuvole per tutta la sera. Ah, sento un poema epico
che arriva…’ e, nella vignetta successiva, vediamo una figura angelica che
sovrasta la casa in cui Coleridge sta entrando (pg.4). L’angelo, Faziel,
parlando con il suo collega Gabriele, afferma ‘Ad ogni modo, il tuo piano
procede davvero molto bene, Gabriele. Coleridge sta facendo il suo ritorno al
cottage. Ha letto la lettera falsa e la copia di Purchas che gli abbiamo
inviato… e ha ingoiato abbastanza oppio da stendere un elefante.’ (pg.7). Lo
scopo dei due angeli è di far scrivere al poeta un componimento epico che possa
celebrare la gloria del Paradiso, ovviamente sotto dettatura di un pezzo i cui
versi rispecchiano il libro di Purchas, con alcuni plagi di Milton e Lamb
‘giusto per rendere le cose familiari per Coleridge’ (pg.7). I
versi ai quali Gabriele si riferisce sono “A damsel with a dulcimer/ In a
vision once I saw:/ It was an Abyssinian maid,/And on her dulcimer she played,/
Singing of Mount Arbora.” (KK,
vv.37-41; “Una donzella con un salterio in visione vidi una volta: era una
fanciulla abissina e suonava sul suo salterio cantando del monte Abora”, trad.
di Tommaso Pisanti) che in effetti richiamano “Nor, where Abyssinian kings
their issue guard, / Mount Amara (though this by some supposed/ True Paradise)
under the Ethiop Line” (John Milton, 1608-1674, Paradise Lost, IV,
280-282; “Nè, dove i re abissini controllano la propria prole, il Monte Amara
(sebbene alcuni ritengano questo il vero Paradiso, sotto la linea
dell’equatore”; trad.mia) i quali a loro volta risentono dell’eco di uno
degli scritti di Purchas (1575-1626) sul Monte Amara stesso. Lodiamo Jenkins per
aver menzionato il plagio (o citazione) di Milton in Coleridge, fatto che denota
un’approfondita conoscenza di questa poesia. Ma torniamo al fumetto.
Nel ritorno alla visione di John (che si alterna anche al racconto della
proprietaria del cottage), Coleridge viene preso da Faziel il quale gli mostra
l’ ‘assaggio di Paradiso’ del titolo: a pagina 10 vediamo anche una
‘cupola di delizie’, probabilmente la stessa la cui costruzione è descritta
nella poesia. Fra le pagine 12 e 13, con delle tecniche che ci ricordano quelle
dei federali americani (si parla quasi di procedure burocratiche e Samuel non
sembra essere davvero in Paradiso, ma solo, un po’ anacronisticamente, in
‘collegamento’ con una realtà virtuale), inizia la dettatura del poema (di
cui sono citati i primi due versi). Ma James Constantine ha scoperto questa
farsa mistico-letteraria e, minacciando uno degli angeli che è di guardia al
cottage, interrompe la dettatura proprio quando Faziel recita ‘e bevve latte
di Paradiso’, ovviamente gli ultimi due versi di Kubla Kahn. Ecco le
esatte parole con cui James Constantine si rivolge agli angeli (uno di loro si
era tramutato in Coleridge): ‘Sentimi bene, succhiacazzi…prima cosa, il tuo
travestimento non mi inganna, ti vedo come attraverso una finestra aperta. E
secondo, so perfettamente cosa volevate fare. Terzo, se non smettete di rompere
il cazzo, l’anima immortale del vostro socio, qui, farà la più grossa caduta
dai tempi di Giuda’ (p.18). Sembra di sentire le parole che avrebbe usato il
suo discendente in una situazione analoga. Infine, prima di scacciare
definitivamente gli angeli, James urla: ‘ Quello che gli state propinando è
il Manifesto Empireo, mascherato come un dannato poema! Propaganda per le masse,
eh? Una piccola aggiunta per il Grande Libro, giusto in caso di poca attenzione
da parte nostra. Siamo un po’ disperati per la mancanza di credenti?’
(pg.19). In effetti, sia con l’Illuminismo che con il Romanticismo la Fede in
Dio non è che se la fosse passata proprio benissimo. Dopo che gli angeli
finalmente sono spariti, James sveglia Coleridge che tenta invano di proseguire
con la composizione, ma viene intrattenuto e invitato a saldare il debito. Il
finale è per il dialogo tra John e Rich che tornano a casa. John ‘Lo sai,
quella cazzata su Coleridge. Tu che ne pensi, alla fine?’ e Rich ‘Non lo so,
amico. Ero troppo occupato a guardarle le tette.’ (pg.23).
Ho trovato molto divertente questo numero, anche perché le citazioni dalla vita, le opere e il periodo di Coleridge appaiono molto circostanziate e il trattamento del materiale risulta essere molto originale. Certo, con Preacher o Lucifer così come in precedenti numeri di Hellblazer stesso, siamo abbastanza abituati a questo trattamento blasfemo del pantheon biblico. Per quello che riguarda Kubla Khan è vero che, come molti critici affermano, il poema ha al suo interno numerosi contrasti come per esempio quelli tra gli elementi che ricordano il caldo e quelli del freddo, fra caos e ordine. Il contrasto più evidente e che è maggiormente ricollegabile con questa storia è l’allusione al ‘demone-amante’ (KK, v.16), un ossimoro che ci ricorda l’amore di Dio che gli Angeli vorrebbero ‘pubblicizzare’ e i metodi che usano per farlo. La trovata di Jenkins del ‘Manifesto Empireo’ è qualcosa che trovo addirittura geniale. Certo, i critici sono certi che questa ‘poesia di ispirazione demoniaca’ (tratto da una nota nella Norton Anthology of English Literature, ma è una sentenza che ci ricorda il tema di questa storia) è molto di più di un semplice ‘incubo da oppio’: ‘in fact the poem may be less incomplete than Coleridge thought’ (‘in effetti, il poema può apparire meno incompleto di quanto pensasse Coleridge’; dall’introduzione ai ‘Complete Works’ del poeta, trad.mia). E’ una poesia che parla di un ordine, di una parola poetica non solo evocatrice ma anche creatrice, ma anche di una perduta capacità poetica che non sembra più recuperabile –erano in fondo le tematiche del Romanticismo inglese. Tutto questo descritto con sintesi, con versi estremamente ritmati e immagini altamente evocative e proporzionate. Per secoli i critici hanno maledetto la famosa ‘person from Porlock’, ma, dopo aver letto la storia di Jenkins, forse, in qualche modo, sentiamo quasi di doverle dire grazie.
Bibliografia minima
Paul
Jenkins (w) e Sean Phillips (a): “A Taste of Haven”, Hellblazer #105,
Vertigo/DC Comics, 1996; trad. italiana di Matteo Casali nella versione della
Magic Press pubblicata in Hellblazer: Sotto Tiro, 2002; NB: sulla
copertina del numero originale, presente anche all'interno dell'edizione Magic,
sono scritti gli ultimi dieci versi di Kubla Kahn;
Samuel
Taylor Coleridge: La Ballata del Vecchio Marinaio e altre poesie, trad. e
cura di Tommaso Pisanti, Newton Compton, 1995;
Samuel
Taylor Coleridge: The Works of Samuel Taylor Coleridge, (ed by Martin
Corner), Wordsworth Poetry Library, 1994;
A.A.V.V.:
The Norton Antholgy of English Literature, volume 2, Norton, 1993;
John
Milton: Paradise Lost, Penguin Popular Classics, (1667) 1996.
Nota:
non ho mai letto “Xanadu”, una storia comparsa nella collana Martin Mystère
Gigante #2 (1996), ma sono certo che anche Castelli è riuscito a dare
un’interpretazione originale di questa poesia. Il fatto che ci sia una storia
a fumetti italiana che tratta di Kubla Khan, dimostra quanto sia fertile
e conosciuta in ambito mondiale e quindi non solo inglese.