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Articolo di Fabio Ciaramaglia

John Constantine e la sua ‘Visione in un Sogno’.

 

In Xanadu did Kubla Khan

A stately pleasure-dome decree

          John Constantine, protagonista di Hellblazer, è uno dei personaggi più intriganti che esistono nell’ambito della Vertigo. E’ un tipo capace di evocare e intrappolare qualsiasi demone ed è uno che è riuscito a guarire da un tumore ai polmoni semplicemente mettendo in condizione tre gerarchi dell’Inferno tra l’alternativa di guarirlo oppure scatenare una guerra tra di loro (nella storyline ‘Dangerous Habits’, HB# 41-46). Una volta ho visto una statuetta dedicata a lui: appoggiato al bancone di un pub con una sigaretta in una mano (rigorosamente Silk Cut) e una pinta di Guinness nell’altra. E’ questa l’immagine a cui penso sempre quando considero Constantine un figo. Il nostro stregone inglese però è anche sfortunato: quanti amici, fidanzate o parenti ha perso per proprie colpe o per le conseguenze a lunga scadenza dei propri atti. Però, come si dice, chi è causa del suo male pianga se stesso. E’ anche vero che a volte alcuni dei propri nemici si incattiviscono particolarmente contro di lui, ma Constantine non è certo un angelo. Questo personaggio, comunque, proviene da una vera e propria stirpe di stregoni o persone che hanno avuto a che fare con la magia: i primi nomi che mi vengono in mente sono Lady Johanna Constantine (protagonista in alcuni numeri di Sandman ambientati negli anni della Rivoluzione Francese) e Charles (protagonista nella miniserie The Corinthian ambientata fra le due guerre mondiali). Sicuramente gli appassionati possono rilevare altri antenati illustri del nostro Constantine. Quello che ci interessa maggiormente è James che compare nel numero 105 della serie (A Taste of Heaven, Jenkins/Phillips) che tratteremo più approfonditamente in questo scritto.

        Constantine si ritrova con Rich, il suo vecchio amico risalente ai tempi in cui suonavano in una band punk, nei pressi di Porlock, in Inghilterra, dove è stato commissionato loro un lavoro di giardinaggio. Sta di fatto che il villino nel quale devono lavorare è, come dice la proprietaria: ‘Quassù… è dove Coleridge pare abbia dormito la notte in cui compose “Kubla Kahn”’ (p.9). Non è semplicemente una leggenda urbana poiché, non appena arriva nel luogo, Constantine inizia ad avere delle visioni di Coleridge stesso e di un suo amico, tale James Constantine. La genesi di questo classico della letteratura inglese è in effetti molto travagliata, se dobbiamo credere a ciò che scrive Samuel Taylor Coleridge (1772-1834) in quella che è l’introduzione alla sua poesia. Perso nella lettura di ‘Purchas’s Pilgrimage’, ed esattamente in un passaggio che cita Il Milione di Marco Polo, Coleridge riferisce di essersi addormentato, anche a causa di un ‘anodiyne’ (un sedativo). Durante il sonno profondo, inizia a fare un sogno in cui ‘le immagini balzavano dinanzi a lui come cose’ (Coleridge parla di sé in terza persona). Al risveglio egli iniziò a scrivere, senza nessuno sforzo, un lungo poema che sembrava essergli stato dettato in quel sogno, tuttavia, a causa di un visitatore inatteso, dovette interrompere la composizione e al suo ritorno le immagini erano sparite. Ciò che resta è ‘Kubla Khan or a Vision in a Dream. A Fragment’. Molto è stato scritto su questa poesia e non voglio tormentarvi nel riportarlo. Sta di fatto che molti critici si sono interessati alla natura del sedativo che ha causato il sonno e gli strani sogni. Si è quasi del tutto d’accordo sul fatto che potesse essere laudano, ovvero oppio sciolto nell’alcool, una sostanza di cui Coleridge divenne dipendente dopo che iniziò ad assumerlo per calmare i suoi forti dolori reumatici. Sta di fatto che, come disse una volta qualcuno che non ricordo, magari Coleridge ha scritto ‘Kubla Kahn’ sotto l’effetto di droghe, ma non tutti quelli che ne prendono sarebbero capaci di scriverlo. Come avrete intuito, in questa storia di Hellblazer, il visitatore rompiscatole, nonché ‘procuratore di laudano’ non è altri che James Constantine, ma il suo intervento nello scioglimento della trama è più complesso di quello che si può pensare.

        Nelle visioni di John, James e Coleridge passeggiano e discutono di poesia. Samuel gli dice anche del libro di Purchas che gli ha inviato Charles Lamb (poeta e scrittore coevo) e poi, quando stanno per congedarsi, chiede a James ‘la… medicina…’. Dopo che James gli ha ribadito che gli deve ‘altri dodici scellini’, il poeta dice: ‘Armato con questo tuo buon rimedio, James, starò fra le nuvole per tutta la sera. Ah, sento un poema epico che arriva…’ e, nella vignetta successiva, vediamo una figura angelica che sovrasta la casa in cui Coleridge sta entrando (pg.4). L’angelo, Faziel, parlando con il suo collega Gabriele, afferma ‘Ad ogni modo, il tuo piano procede davvero molto bene, Gabriele. Coleridge sta facendo il suo ritorno al cottage. Ha letto la lettera falsa e la copia di Purchas che gli abbiamo inviato… e ha ingoiato abbastanza oppio da stendere un elefante.’ (pg.7). Lo scopo dei due angeli è di far scrivere al poeta un componimento epico che possa celebrare la gloria del Paradiso, ovviamente sotto dettatura di un pezzo i cui versi rispecchiano il libro di Purchas, con alcuni plagi di Milton e Lamb ‘giusto per rendere le cose familiari per Coleridge’ (pg.7). I versi ai quali Gabriele si riferisce sono “A damsel with a dulcimer/ In a vision once I saw:/ It was an Abyssinian maid,/And on her dulcimer she played,/ Singing of Mount Arbora.” (KK, vv.37-41; “Una donzella con un salterio in visione vidi una volta: era una fanciulla abissina e suonava sul suo salterio cantando del monte Abora”, trad. di Tommaso Pisanti) che in effetti richiamano “Nor, where Abyssinian kings their issue guard, / Mount Amara (though this by some supposed/ True Paradise) under the Ethiop Line” (John Milton, 1608-1674, Paradise Lost, IV, 280-282; “Nè, dove i re abissini controllano la propria prole, il Monte Amara (sebbene alcuni ritengano questo il vero Paradiso, sotto la linea dell’equatore”; trad.mia) i quali a loro volta risentono dell’eco di uno degli scritti di Purchas (1575-1626) sul Monte Amara stesso. Lodiamo Jenkins per aver menzionato il plagio (o citazione) di Milton in Coleridge, fatto che denota un’approfondita conoscenza di questa poesia. Ma torniamo al fumetto.

        Nel ritorno alla visione di John (che si alterna anche al racconto della proprietaria del cottage), Coleridge viene preso da Faziel il quale gli mostra l’ ‘assaggio di Paradiso’ del titolo: a pagina 10 vediamo anche una ‘cupola di delizie’, probabilmente la stessa la cui costruzione è descritta nella poesia. Fra le pagine 12 e 13, con delle tecniche che ci ricordano quelle dei federali americani (si parla quasi di procedure burocratiche e Samuel non sembra essere davvero in Paradiso, ma solo, un po’ anacronisticamente, in ‘collegamento’ con una realtà virtuale), inizia la dettatura del poema (di cui sono citati i primi due versi). Ma James Constantine ha scoperto questa farsa mistico-letteraria e, minacciando uno degli angeli che è di guardia al cottage, interrompe la dettatura proprio quando Faziel recita ‘e bevve latte di Paradiso’, ovviamente gli ultimi due versi di Kubla Kahn. Ecco le esatte parole con cui James Constantine si rivolge agli angeli (uno di loro si era tramutato in Coleridge): ‘Sentimi bene, succhiacazzi…prima cosa, il tuo travestimento non mi inganna, ti vedo come attraverso una finestra aperta. E secondo, so perfettamente cosa volevate fare. Terzo, se non smettete di rompere il cazzo, l’anima immortale del vostro socio, qui, farà la più grossa caduta dai tempi di Giuda’ (p.18). Sembra di sentire le parole che avrebbe usato il suo discendente in una situazione analoga. Infine, prima di scacciare definitivamente gli angeli, James urla: ‘ Quello che gli state propinando è il Manifesto Empireo, mascherato come un dannato poema! Propaganda per le masse, eh? Una piccola aggiunta per il Grande Libro, giusto in caso di poca attenzione da parte nostra. Siamo un po’ disperati per la mancanza di credenti?’ (pg.19). In effetti, sia con l’Illuminismo che con il Romanticismo la Fede in Dio non è che se la fosse passata proprio benissimo. Dopo che gli angeli finalmente sono spariti, James sveglia Coleridge che tenta invano di proseguire con la composizione, ma viene intrattenuto e invitato a saldare il debito. Il finale è per il dialogo tra John e Rich che tornano a casa. John ‘Lo sai, quella cazzata su Coleridge. Tu che ne pensi, alla fine?’ e Rich ‘Non lo so, amico. Ero troppo occupato a guardarle le tette.’ (pg.23).

        Ho trovato molto divertente questo numero, anche perché le citazioni dalla vita, le opere e il periodo di Coleridge appaiono molto circostanziate e il trattamento del materiale risulta essere molto originale. Certo, con Preacher o Lucifer così come in precedenti numeri di Hellblazer stesso, siamo abbastanza abituati a questo trattamento blasfemo del pantheon biblico. Per quello che riguarda Kubla Khan è vero che, come molti critici affermano, il poema ha al suo interno numerosi contrasti come per esempio quelli tra gli elementi che ricordano il caldo e quelli del freddo, fra caos e ordine. Il contrasto più evidente e che è maggiormente ricollegabile con questa storia è l’allusione al ‘demone-amante’ (KK, v.16), un ossimoro che ci ricorda l’amore di Dio che gli Angeli vorrebbero ‘pubblicizzare’ e i metodi che usano per farlo. La trovata di Jenkins del ‘Manifesto Empireo’ è qualcosa che trovo addirittura geniale. Certo, i critici sono certi che questa ‘poesia di ispirazione demoniaca’ (tratto da una nota nella Norton Anthology of English Literature, ma è una sentenza che ci ricorda il tema di questa storia) è molto di più di un semplice ‘incubo da oppio’: ‘in fact the poem may be less incomplete than Coleridge thought’ (‘in effetti, il poema può apparire meno incompleto di quanto pensasse Coleridge’; dall’introduzione ai ‘Complete Works’ del poeta, trad.mia). E’ una poesia che parla di un ordine, di una parola poetica non solo evocatrice ma anche creatrice, ma anche di una perduta capacità poetica che non sembra più recuperabile –erano in fondo le tematiche del Romanticismo inglese. Tutto questo descritto con sintesi, con versi estremamente ritmati e immagini altamente evocative e proporzionate. Per secoli i critici hanno maledetto la famosa ‘person from Porlock’, ma, dopo aver letto la storia di Jenkins, forse, in qualche modo, sentiamo quasi di doverle dire grazie.

Bibliografia minima

Paul Jenkins (w) e Sean Phillips (a): “A Taste of Haven”, Hellblazer #105, Vertigo/DC Comics, 1996; trad. italiana di Matteo Casali nella versione della Magic Press pubblicata in Hellblazer: Sotto Tiro, 2002; NB: sulla copertina del numero originale, presente anche all'interno dell'edizione Magic, sono scritti gli ultimi dieci versi di Kubla Kahn;

Samuel Taylor Coleridge: La Ballata del Vecchio Marinaio e altre poesie, trad. e cura di Tommaso Pisanti, Newton Compton, 1995;

Samuel Taylor Coleridge: The Works of Samuel Taylor Coleridge, (ed by Martin Corner), Wordsworth Poetry Library, 1994;

A.A.V.V.: The Norton Antholgy of English Literature, volume 2, Norton, 1993;

John Milton: Paradise Lost, Penguin Popular Classics, (1667) 1996.

Nota: non ho mai letto “Xanadu”, una storia comparsa nella collana Martin Mystère Gigante #2 (1996), ma sono certo che anche Castelli è riuscito a dare un’interpretazione originale di questa poesia. Il fatto che ci sia una storia a fumetti italiana che tratta di Kubla Khan, dimostra quanto sia fertile e conosciuta in ambito mondiale e quindi non solo inglese.


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