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Unbreakable
Recensione di Matteo
"zapruder" Scarabelli
[Disclaimer]
Il seguente delirio è un compendio delle mie opinioni, niente di più
e niente di meno. Valgono quanto le vostre.
Ah, a proposito, se non avete ancora visto Il Sesto
Senso o I Soliti Sospetti, vi sconsiglio vivamente di proseguire:
vi rovinereste la visione di due ottimi film. Idem se non avete ancora
visto Unbreakable: questa non è propriamente una recensione.
Elijah Price ha dodici anni e un braccio al
collo.
E` triste, scoraggiato, depresso.
Elijah Price soffre di una rara malattia genetica: Osteogenesi Imperfetta
Tipo Uno, bei paroloni per una brutta realtà. Le sue ossa sono deboli,
fragili come cristalli di Boemia. Per questo ha un braccio ingessato. Per
questo i bambini lo chiamano "Mr. Glass", "l'Uomo di
Vetro". Per questo è triste, scoraggiato e depresso. Così depresso,
fino a cinque minuti fa, da esser pronto a giurare che non sarebbe mai
più uscito di casa; ora siede su una panchina del parco giochi, grazie
allo stratagemma di sua madre e alla tentazione di un regalo. Mentre
scarta il regalo, vediamo la scena attraverso il suo sguardo. Sotto la
carta (viola) un albo a fumetti, un comic americano; sulla copertina,
l'eterna lotta. Ma per la fretta, o per puro caso, il fumetto è
sottosopra. Mentre Elijah lo ruota, il nostro punto di vista lo segue,
mantenendolo capovolto, discostandosi dalla visuale di Elijah fino ad
essere diametralmente opposto a tutto, ad Elijah quanto al fumetto. L'albo
si ferma; il nostro sguardo continua a ruotare, fino a sovrapporsi di
nuovo a quello di Elijah.
Il film, il cuore del film, è tutto qui, racchiuso in questa scena densa
di simboli. C'è la storia: la storia di Elijah, l'Uomo di Vetro, e del
suo esatto opposto, l'infrangibile David Dunn; la storia antica del Bene
contro il Male, del perfetto contro il deforme, di visioni del mondo
eguali ed opposte; la storia di un eroe da fumetto, un eroe invincibile
vestito di verde che si nasconde dietro la maschera del mite addetto alla
security dello stadio di football, padre affettuoso e marito comprensivo,
con tanto di nome dalla doppia iniziale. Ma c'è, più sottile, anche il
modo di raccontarla: il fumetto americano e i suoi canoni, capovolti nella
forma o nella sostanza, rovesciati e rivoluzionati fino a riportarli,
paradossalmente, allo stato iniziale; e intanto, per buona misura, l'ancor
giovane signora Price ci anticipa il finale a sorpresa.
Di film con sceneggiature da fumetto non è che se ne siano visti pochi:
anche quando non sono adattamenti di storie e personaggi già esistenti,
molti film d'avventura non sono che fumetti recitati da gente in carne ed
ossa. Un esempio? Il filone lanciato da Henry Jr. "Indiana"
Jones, che si riallaccia alla letteratura pulp di inizio secolo: non sarà
fumetto ma ha un antenato in comune (un po' come noi homo sapiens e gli
orang-utan). E poi c'è sempre Darkman di Raimi.
Ma Unbreakable guarda il fumetto dalla parte sbagliata, col titolo in
basso e la costa sulla destra. Se il soggetto, la trama, è quella di un
fumetto (speciale Numero Zero: le origini di
Green-Football-Hooded-Security-Unbreakable-Bald-Sleepy-eyed-Man!), la
sceneggiatura e i dialoghi sono quelli di un film: i tempi sono dilatati,
le battute telegrafiche, i silenzi grevi e prolungati. Un fumetto con una
splash-page ogni tre tavole, pagine e pagine senza un baloon, piatta e
banale vita famigliare intervallata a poche avventure, interi numeri senza
uno scontro o un confronto o una sorpresa o che: chi lo comprerebbe? E chi
si metterebbe a far la fila per un film che sembra un fumetto, con le
inquadrature incorniciate e riquadrate come vignette, le pose statiche
anche nelle scene d'azione (la comparsa di Orange Man dietro la tenda è
un piccolo gioiello), colori stampigliati addosso ai personaggi come
didascalie, chiaroscuri violenti al limite del danno alla retina, villain
logorroici i cui eloquenti, polisillabici macrovocaboli trascendono
qualsivoglia comune fraseggio quotidiano?
Shyamalan rovescia tutti i luoghi comuni del film-fumetto, e ci riesce
bene. Il risultato è un film che si lascia gustare una scena alla volta,
senza fretta. I personaggi sono dipinti con pochi colpi di pennello,
delineati e caratterizzati, unici come ideogrammi (o ieroglifici, se
preferite). Le emozioni scivolano fuori dallo schermo, complice l'ottima
colonna sonora di James Newton Howard (ma va a Shyamalan buona parte del
merito: riguardatevi la scena della libreria, densa di frustrazione e
depressione fin quasi a dar fastidio). I ritmi sono quelli della vita
reale, del quotidiano: lasciano allo spettatore il tempo di entrare nella
storia, di coglierne i dettagli, senza che si debba ricorrere a dialoghi
didascalici (salvi i voiceover stupidamente imposti dall'adattamento
italiano per tradurre l'inglese scritto) o zoomate e carrellate pacchiane.
Perché Unbreakable, per buona parte, è costruito come un gioco ad
incastro, un complicato puzzle a più livelli e dimensioni. Alcuni
incastri sono facili da trovare. Elijah Price, l'Uomo di Vetro: nasce
riflesso da uno specchio; ricompare, adolescente, riflesso da un
televisore; si presenta, adulto, riflesso da una lastra di vetro; lascia
un biglietto da visita su un parabrezza; cammina aiutandosi con un bastone
di vetro (viola). David Dunn, l'eroe mancato, accompagnato ad ogni passo
dal senso di colpa di chi non sta facendo tutto quello che potrebbe (e
Shyamalan insiste, mette il dito nella piaga). E ancora le mille
coincidenze, i numeri che ricompaiono, il leitmotiv dell'immagine
riflessa, del mondo capovolto.
Shyamalan è un maestro dell'inganno, come ha già dimostrato con The
Sixth Sense. La trama di Unbreakable, così semplice e lineare, non può
che essere un trucco. "E` tutto troppo tranquillo... Stai in
guardia!", direbbe l'Eroe alla Fedele Spalla (nonché Pupillo, c'è
da scommetterci). Anche il finale "a sorpresa" non è che uno
specchio per le allodole: d'accordo, Elijah ha provocato disastri di
proposito, e allora? Tutto qui?
Certo che no. Sappiamo già che Elijah è il cattivo. Si veste di nero e
di viola (ma tu guarda!): niente colori patriottici, né rassicuranti
verdi, né sfavillanti gialli-dorati. E` a suo modo un essere deforme
(deforme dentro, nelle ossa e nell'anima, dove non si vede... deforme e
infido). La sua visione del mondo è per forza di cose distorta, obliqua
come i capelli che porta, a rovescio come l'immagine riflessa da una
lastra di vetro. E` l'esatto contrario di David in ogni dettaglio, fino al
colore della pelle (la qual cosa ha portato qualche anima bella a
mormorare accuse di razzismo... accuse che, rivolte ad un tal Manoj
Nellyattu Shyamalan dalla carnagione color rovere, fanno sinceramente
ridere). E poi, ci sono i bambini. I bambini di questo mondo da fumetto
travestito da mondo reale, che istintivamente intuiscono il Male e il
Bene, che vedono al di là delle apparenze, che già sanno come vanno le
cose, sanno chi dileggiare con nomignoli da uomo nero.
Dov'è la vera sorpresa, allora? E` difficile, dice un vecchio proverbio,
trovare un gatto nero in una stanza buia, soprattutto se il gatto non
c'è. La sorpresa finale alla Twilight Zone, il rovesciamento di
prospettive che ci fa improvvisamente render conto di aver appena
assistito a due ore di menzogne o di false impressioni, Verbal Kint che
smette di zoppicare e si sgranchisce la mano rattrappita: non c'è niente
di tutto questo. La cosa vi sorprende?
Il finale non è una sorpresa, è un coronamento, una logica conseguenza.
Il mondo di David e di Elijah palesa pian piano la sua assurdità, la sua
inverosimiglianza, la sua follia nascosta. Tiriamo un attimo le somme:
David, l'eroico David dalla mantella verde, ha salvato due bambini (i
genitori, niente da fare) da uno psicopatico (anche qui, come nel caso di
Elijah, la deformità che un Jack Kirby avrebbe reso grottesca ed evidente
è nascosta dalle metafore, ma in maniera più grossolana: Orange Man
veste come un galeotto, e fa un mestiere che nella vecchia India sarebbe
riservato ai pariah). Perché potesse arrivare a questo, perché potesse
realizzare il suo potenziale inespresso, un aereo si è schiantato, un
palazzo è bruciato, un treno è deragliato: centinaia di morti, di
vittime sacrificali (una scopritrice di giovani talenti sportivi,
un'insegnante di scuola, una ricercatrice nel campo della leucemia, un
pediatra, un padre di numerosi figli... quanti bambini senza un affetto,
senza una guida, senza una possibilità di cura in più?). Eccola qui la
rivelazione, il vero paradosso, il mondo al contrario: nei fumetti bastano
due morti, diciamo due coniugi Wayne, perché sorga un Batman qualsiasi a
salvare centinaia di innocenti, e non viceversa; nei fumetti il male è
l'ombra proiettata da chi ostacola la luce del bene ("Io ho fatto te,
ma prima tu hai fatto me!" - "Non staremo andando un po'
sull'infantile?"), e non viceversa; nei fumetti, il bilancio finale
non è così tragicamente in rosso. Ma il fumetto di Unbreakable continua
ad avere il titolo in basso e la costa sulla destra.
La logica del fumetto, il mito dell'eroe buono invincibile, la convinzione
di un bene e un male in bianco e nero ("Non si mescolano. Non c'è
grigio": ah, la saggezza degli schizoidi!), portano al paradosso.
"Gli amici non sparano agli amici!": non è solo comic relief,
è l'ultima difesa, estrema, contro una logica folle. Joseph, il figlio di
David, ne cade preda, e per poco non uccide suo padre a revolverate. Lo
stesso David, alla fine, soccombe alla logica malata di Elijah, una logica
fatta di coincidenze e di arrampicate sugli specchi, di passaggi logici
inseriti ad hoc per giustificare questa o quella discrepanza. Il finale
rivela la fondamentale fallacia del pensiero di Elijah, di David, del
giovane Joseph, ne scopre i lati oscuri, e lascia intuire che forse le
cose stavano diversamente già da prima.
Prima: ecco dov'è il finale a sorpresa. Distribuito lungo tutto l'arco
del film, in brevi frammenti, impressioni, allusioni. Shyamalan, il nostro
maestro dell'inganno, per una volta ha giocato a carte scoperte, ha
confidato che saremmo stati noi stessi ad illuderci, insieme a David.
Insieme a David che non ricorda se è mai stato malato, non ricorda di
aver rischiato la vita in piscina (é la vecchia infermiera della scuola,
una figura senza volto, a ricordarlo per lui), non ricorda il
deragliamento a cui è sopravvissuto né l'incidente che gli ha stroncato
la carriera. Ogni "rivelazione" è un ricordo distorto,
alterato, o una "visione" di dubbia attendibilità (la stanza di
Elijah è tappezzata di cianografie di ordigni esplosivi, una pistola su
due è nera e argentata, e quel presunto spacciatore con la faccia da
regista non aveva in tasca un bel nulla). Come David, come Elijah, come il
defunto dottor Malcolm Crowe, noi vediamo e sentiamo solo ciò che ci fa
comodo, che non infrange il nostro sogno di un mondo da fumetto in cui
poter essere supereroi, o supercattivi. Che alla fine dei conti i poteri
di David siano reali, o che non lo siano, fa poca differenza: assomigliano
troppo al delirio di un pazzo criminale, e costano un senso di colpa che
è ben peggio dell'inadeguatezza dell'eroe mancato.
E ora, un'inevitabile parola sui Grandi Confronti. Molti, all'uscita di
Unbreakable, lo hanno molto leggermente paragonato a The Sixth Sense,
probabilmente perché si aspettavano qualcosa di analogo. In generale, il
tono dei commenti (e delle critiche, anche su riviste sedicenti
"specializzate") era del tipo "Shyamalan tenta di bissare
la formula de Il Sesto Senso, ma non ci riesce". Hm. E provare a
considerare l'eventualità che non stesse provando a scrivere "Il
Sesto Senso II: vedo la gente cattiva"? Dopotutto il signor Night non
é un regista esordiente (scrive e gira film fin da ragazzino, sulle orme
del suo guru Spielberg, e la sua prima opera distribuita nelle sale,
Praying with Anger, risale al 1992). Anche qui c'è Bruce Willis? Sarà
perché è bravo a recitare, quando lo dirigono bene (Twelve Monkeys docet).
Anche qui c'è una coppia in crisi, e un bambino che ne sa più degli
adulti? La filmografia di Shyamalan (di nuovo, come quella di Spielberg)
ha genitori divorziati e bambini saggi ad ogni angolo: Joseph
"vede" i talenti nascosti di suo padre, Cole vede "la gente
morta", Joshua Beal in Wide Awake mostra una consapevolezza quasi
adulta (e William Denborough e la sua ghenga di Perdenti vedono pagliacci
e palloncini nelle fogne di Derry, Maine... Qualcuno per favore metta in
mano a Shyamalan It di Stephen King e lo costringa a farne un film, o una
trilogia, magari, che ultimamente va di moda!). The Sixth Sense è una
storia di fantasmi alla vecchia maniera, Unbreakable è un film di
supereroi alla nuova maniera (...già che ci siamo, insieme a It
passategli anche Watchmen, ché non si sa mai): perché dovrebbero essere
così disperatamente uguali? Vatti a fidare dei pubblicitari...
Il secondo Grande Confronto, questo invece tutto circoscritto alla
comunità dei fumettofagi, è quello con gli altri film del genere (in
primis il quasi contemporaneo X-Men). Anche qui, ribadisco: se volete
azione leggete Wolverine o Doonesbury? Se volete toni poetici e
introspezione leggete Gaiman o Charles Shultz? Se volete sghignazzare
preferite Rat-Man o L'Uomo Che Si Allunga a... voglio dire, i Fantastici
Quattro? Ci sono fumetti e fumetti, film e film, e intersezioni diverse di
generi diversi.
E con questo, la difesa ha finito.
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