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RECENSIONI |
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JULIA Mensile N°1 132 pg. B/N Brossura L 4.000 SERGIO BONELLI EDITORE |
Recensione di Marco Solferini
L'ultima scommessa editoriale della celebre casa fumettistica italiana Sergio Bonelli
Editore è da poco approdata in tutte le edicole ed è una scommessa che, come già
preannunciato, rappresenta senza dubbio un traguardo veramente interessante per il fumetto
italiano, poiché se una casa così importante, attenta alle tematiche sociali quanto ai
sondaggi di marketing, decide di approvare un progetto così ambizioso che sfugge ai
normali parametri fumettistici ai quali siamo da tempo abituati, allora ciò mi fa pensare
che il lettore italiano si dimostri ancora una volta personaggio dal palato fine e
delicato, qualcuno che vuole più del mero svago umoristico o dell'immaginario
fantascientifico di cui la produzione nipponica sembra essere così ben fornita.
Tralasciando di elencare quelli che oramai mi sento di considerare come i
"canoni" della produzione bonelliana, ovvero quei parametri che accompagnano la
formazione di quasi tutti i personaggi, (basti citare le consuete somiglianze dei
protagonisti e loro ausiliari con attori e attrici dello spettacolo presente o passato, la
malsana tendenza a specificare e spesso ripetere concetti o dettagli che il lettore
potrebbe identificare da sé e la costante presenza dell'organo di polizia come
inevitabile collante per la costruzione del mosaico a novantotto pagine) le considerazioni
in merito a questo numero uno sono più che buone poiché il prodotto si presenta in una
veste solida, chiara, che pone direttamente le basi di quello che sarà il suo futuro
rapporto con tutti coloro che vorranno apprezzarlo.
Un fumetto che sembra un romanzo. Un affermazione che per certi versi può sembrare
obsoleta, ma che a mio avviso ha ben più di una ragion d'essere. E' assolutamente
necessario sottolineare il fatto che Julia Kendall è ispirata a Kay Scarpetta, la
protagonista della fortunata serie di romanzi scritti da Particia Cornwell che, lo scorso
anno, ad ogni loro uscita, sono stati in testa alle classifiche di vendita per svariate
settimane, ma non è in ciò che identifico Julia con il genere letterario romanzesco,
bensì nel modo in cui l'opera completa si presenta al lettore.
Per essere il più preciso possibile specificherò le pagine ove ho riscontrato dei
passaggi che a mio avviso sono i più significativi a supporto della mia teoria.
Alle pag. 24, 25 e 26, si introduce il sentimentale interlocutore telefonico con il quale
Julia parla a più riprese durante l'arco delle 130 pagine. Lui, il personaggio al quale
ella sembra essere legata, che fra l'altro è anche il suo agente, non si vede mai,
perché il vero scopo di quei dialoghi è quello di introdurre un aneddoto sul quale
costruire un primo approccio alla vita sentimentale della protagonista, una sorta di
elegante scusa attraverso la quale si mette in evidenza da subito un aspetto fortemente
umano del carattere di Julia e che è anche un ottimo espediente per allentare la morsa
attorno al filo conduttore della trama e regalare al lettore quella sensazione di
familiarità, di vita comune, nella quale è facile scoprire le proprie carte. Codesti
passaggi si potrebbero definire come delle "sottotrame" o anche delle coscienze
interiori, che hanno lo scopo di interessare il lettore e allo stesso tempo di ricamare
meglio i contorni del personaggio. In un romanzo genericamente questi espedienti vengono
utilizzati per lo più in una fase relativamente iniziale e successivamente vengono
sfruttati per aumentare o diminuire la tensione in preparazione del climax ovvero il
momento più saliente della narrazione.
I personaggi comprimari, se attentamente osservati risulteranno degli stereotipi
impossibili, poiché ognuno di loro tende a non avere un vero e proprio carattere
completo, ma soltanto degli aspetti molto marcati, sui quali essi insistono volutamente
(Emily è fissata con i programmi della televisione, Webb è il tipico poliziotto che sa
stare al gioco, ma non ama essere preso in giro, Irving è un aiutante spiritoso che serve
a sdrammatizzare) supportati talvolta con delle puntate di ironia e di cinismo che li
completano. In verità se ci si pensa bene, ci si rende conto che individui del genere non
possono esistere perché nessun essere umano è fatto a comparti e la loro incompletezza
è fortemente voluta, perché è attraverso di essa che loro narrano la protagonista,
permettendole di imporsi grazie al più alto spessore caratteriale del quale essa viene
dotata, perché a lei soltanto è permesso di mettere in luce più aspetti della sua
personalità e quindi di dominare la scena. Anche questa pratica, di raccontare il proprio
personaggio attraverso l'ausilio di altri, tramite i quali mettere in luce i vari aspetti
della sua personalità, è molto usato dagli scrittori che altrimenti si ritroverebbero
tutti ad un obbligata descrizione caratteriale che risulterebbe un infarinatura di parole
e concetti che porterebbero soltanto ad annoiare il lettore.
Lo sviluppo di una trama, il procedere degli eventi in contemporanea con la tranquilla
vita di colui che poi verrà trascinato dagli stessi verso un destino al quale sentirà di
non poter sfuggire è anch'essa una pratica molto diffusa non solo nella letteratura
odierna, ma anche nel cinema, perché ciò permette allo scrittore di evidenziare un lato
comune a tutti gli esseri umani, quello di saper dare il meglio di se stessi in situazioni
che normalmente si vorrebbero evitare.
Tutto ciò, assieme alle due facce della stessa medaglia in cui Julia è una tranquilla
professoressa universitaria, (spunto interessante per soddisfare un po' di bisogni
meritori del lettore in merito alla psicologia criminale e alle materie che se ne
occupano) ma anche una agguerrita indagatrice, attenta al particolare e spietata
nell'interrogare coloro che io penso, alla lunga, saranno i veri mostri di quel fumetto:
la gente "normale", tutto ciò, rende Julia un fumetto la cui trama è più
vicina ad un romanzo piuttosto che a una sceneggiatura. Forse anche da questo dipendono le
pagine in più rispetto alle altre testate di casa Bonelli.
Nella speranza che Julia non diventi mai un vero e proprio poliziesco, ma continui ed anzi
aumenti la carica emotiva e lo spessore psicologico della serie, mi permetto di
consigliare una linea grafica d'immagine che a mio avviso sarebbe molto consona al genere
trattato. Poiché i disegnatori a disposizione della casa editrice sono quasi tutti dei
professionisti, capaci di realizzare delle tavole eccelse, sarebbe particolarmente utile
che la collaborazione con lo sceneggiatore si incentrasse nel creare atmosfere noir, con
un pizzico di malinconia, come se l'occhio di colui che crea, che vede l'azione
all'interno della sua testa, rassomigliasse ad una telecamera la cui immagine risulti un
po' distorta, per fare un paragone da interpretare in un ottica da "fumetto", a
metà fra Dario Argento (quello dei tempi migliori) e Bian DePalma.
La suggestione, i particolari, caricheranno l'azione di una tensione sempre maggiore e col
tempo potranno sostituire agli occhi di Julia Kendall quelli del lettore, che in questo
modo si sentirà più vicino all'azione.
Come si può notare, il fumetto in questione si apre a moltissime soluzioni, ma deve anche
prestare grande attenzione a due particolari nemici: la banalità e la ripetitività.
I serial killer sono oggi alla ribalta della cronaca, potenziati ed in alcuni casi
esasperati dalle produzioni cinematografiche, ma non sono un fenomeno relativamente
moderno, (esistevano fin dai tempi dell'antica Roma e probabilmente anche prima) non sono
il parto di una società inespressiva e insensibile, una soluzione come questa sarebbe fin
troppo banale, bisogna evitare la denuncia sociale, per una volta lasciamo fuori le
tematiche da filosofi dell'ultima ora e dedichiamoci soltanto alla costruzione di un opera
prima, bella ed originale.
Interessiamo il lettore tramite spiegazioni e teorie in merito alla criminologia, ma senza
mai spingersi oltre i limiti di un qualsiasi corso che si può frequentare alla facoltà
di psicologia. Attenersi alla scienza e tralasciare la filosofica fantasia che aprirebbe
le porte ad un mondo con troppe soluzioni possibili ove si tenderebbe continuamente a
cercare di stupire il lettore. Una trama semplice non vuol necessariamente dire che sia
scontata, un lavoro ben fatto, avvincente e soprattutto convincente e sicuramente meglio
di qualunque forzata invenzione soprattutto sul finale (anche in questo caso mi sento di
dire che il cinema ci offre un lampante esempio con i Soliti Sospetti, un film di
successo, che ha letteralmente drogato molti registi spingendoli a cambiare continuamente
le proprie sceneggiature alla disperata ricerca di qualcosa che potesse stupire, di un
inaspettato finale che, nel novanta percento dei casi, si rivelava una ciclopica ed
inverosimile bufala).
Nel "Mastino dei Baskerville", Sir. Arthur Conan Doyle, faceva pronunciare al
suo celebre personaggio Sherlock Holmes, la seguente frase:
"Una volta eliminato tutto quanto di possibile o probabile potesse essere accaduto,
quel che rimane, per quanto illogico o impossibile, è ciò che è realmente
avvenuto." Una soluzione dignitosa, degna del molto onorevole papà di quasi tutti i
grandi detective, ma anche una soluzione semplice, chiara, una soluzione che fa pensare
proprio perché anche se anomala, risulta essere estremamente veritiera.
Il mio invito è quindi quello di essere bravi, ma umili, di amare il personaggio di Julia
Kendall e di non trasformarlo mai nello stereotipo di tutti i grandi romanzi ai quali essa
forse si dovrà ispirare.
Il mio augurio è quello che ella abbia sempre qualcosa di unicamente suo, nel quale ogni
lettore saprà ritrovare la propria dimensione soggettiva.
Concludendo, bisogna doverosamente ringraziare quanti hanno creduto in questa scommessa,
coloro che ci hanno permesso di apprezzare ancora una volta il magico mondo delle vignette
di carta, senza il quale sarebbe un po' più difficile sognare.
Un "in bocca al lupo" a tutto lo staff di Julia.
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