Ultimate Spider-man N°1 |
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STORIA: Brian Michael Bendis SCENEGGIATURA : Brian Michael Bendis MATITE : Mark Bagley 48 Pg. Colori, L. 4500 |
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di Marco Solferini
Non è certo passata inosservata l'uscita di Ultimate
Spider Man, ne' poteva ciò accadere.
Ad una prima occhiata, l'albo appare stilisticamente compiacente al puro senso
dell'estetica, tanto nell'aspetto esteriore, con una grafica di copertina
d'impatto, quanto all'opera contenuta nell'albo stesso.
Progetto ambizioso di rivisitazione delle origini di uno dei personaggi più
noti del fumetto made in Usa, reso particolarmente arduo dai precedenti in
materia, che hanno inevitabilmente sollevato una cortina di fumo su queste
iniziative editoriali, dati i risultati troppo spesso gravemente insufficienti
che in passato hanno saputo confezionare.
Tutto ciò però non ha niente a che vedere con Ultimate.
Qui ci troviamo innanzi ad un prodotto completamente nuovo, genuinamente
partorito da un taglio netto con l'ostracismo che troppo spesso aveva vincolato
gli autori ad una narrazione soltanto apparentemente innovativa, per poi
sciamare nell'inevitabile "ritorno alle origini" per i più
malinconici.
Oggi Ultimate Spider Man dirompe con rinata vitalità e nuova linfa nel panorama
dei comics, riportando in auge il "supereroe" per eccellenza,
accostandolo al nuovo millennio.
Sono molteplici le scelte che caratterizzano questo nuovo inizio e prima di ogni
altra mi sento di segnalare l'oculata e ponderata scelta dei tempi e dei luoghi
in cui si svolge la narrazione.
Gli ambienti nei quali interagisce il giovane Parker sono rivisti alla luce dei
suoi occhi, pertanto essi si presentano come il "mondo" nel quale ogni
giovane muove i primi passi della sua esperienza. La scuola è quindi
interpretata dal punto di vista adolescenziale e non didattico, ciò che è
esaltato sono pertanto i rapporti fra gli studenti; quella crescita
comportamentale a cui i sociologi americani sono molto affezionati, a discapito
del rapporto alunno - insegnante troppo fine a se stesso e "chiuso"
per poter consentire margini d'azione elevati, cui invece sembra voler aspirare
questa narrazione, accomunando alla scelta delle infrastrutture di fondo,
l'ottimizzazione dei tempi estremamente bilanciati. Le singole situazioni si
rapportano ad un disegno più grande, una sorta di grande insieme cui sono
correlati dei sottoinsiemi (Il rapporto Parker - scuola suddiviso in: Parker e
lo studio, Parker e lo sport, Parker e i compagni, Parker e il sesso, ecc..) e
tutti ricevono eguale trattamento nella suddivisione tempo - vignette, da sempre
l'ambito più difficile da giostrare in un fumetto, perché è inevitabile, data
la componente grafica ed emotiva che caratterizza questo prodotto, che ad un
maggior interesse per una tematica, sarà sempre devoluto un numero maggiore di
vignette ( preciso vignette, poiché in passato si è cercato di ovviare,
esaltando l'impatto emotivo di una grafica scomposta e/o di dimensioni più
ampie alla norma classica, cercando con essa di riassumere e comprimere, quanto
solitamente veniva espresso in una scansione a sei vignette per pagina. Può un
abbraccio a tutto campo fra un padre e un figlio avere lo stesso significato di
un dialogo fra i due personaggi che si protrae per cinque vignette terminando
nel medesimo abbraccio? Ai posteri l'ardua risposta, personalmente credo di no,
credo che la narrazione dei singoli temi debba essere trattate sempre e
comunque, proprio per trasmettere un "tono" allo svolgimento degli
eventi).
I tempi sono pertanto stabiliti in virtù del principio di equità e questo dona
stabilità e realismo. Basti pensare all'ambiente familiare dove finalmente
assistiamo alla rottura del idillio cui eravamo abituati in passato. Il giovane
Parker litiga con i suoi tutori, a volte in modo violento come è normale che
ciò avvenga ed è esaltato l'ambiente della stanza di Parker, come luogo in cui
un essere introverso come tutti gli adolescenti, si rintana in contrapposizione
alla tavola da pranzo, dove la famiglia è riunita e dove vigono altre regole
dettate dal rapporto educazionale.
I personaggi.
Assistiamo a un evoluzione straordinaria di certi soggetti su tutti zio Ben, che
segna un vero e proprio trapasso stilistico (vi ricordate il vecchio Ben Parker?
Era un po' pelato e grassoccio, qui invece ha addirittura il codino ed è un
uomo robusto, una figura paterna da ammirare anche esteticamente) e morale,
poiché quest'uomo non è più una sorta di santo del quale tutti noi aspettiamo
una beatificazione da parte della Santa Sede dal giorno in cui leggemmo le sue
prime fatidiche mosse, questo è un uomo, forse non erudito, ma certamente
consapevole di come funzionano le cose nel mondo ed è lui che sprona il nipote
a prestare attenzione a Mary Jane, come pure è sempre lui che sa interporsi
agli scherzi degli altri ragazzi, alla condizione economica povera, ma dignitosa
in cui versa la famiglia. Finalmente un uomo compiuto e non una cartina di
tornasole per veicolare le responsabilità del futuro Spider Man. Questa è si
una persona della quale si sentirà la mancanza quando gli eventi matureranno..
Zia May fa ancora le torte, ma perlomeno appare temperata nel suo buonismo, cosa
che giova enormemente alla salute psichica del lettore; era davvero
inimmaginabile le figura della donna fantoccio tutta casa e amore. Svolge adesso
una funzione di comprensione e supporto che le permette di accedere alle
"parti" dell'indole del giovane Parker cui solo la figura materna ha
accesso.
Flash Thompson è il classico bullo, l'archetipo perfetto del tormentone di Peter, sostenuto dalla complicità di altri che ne esaltano l'aspetto
interpersonale di una fattispecie molto comune. In effetti il sostegno che
egli riceve da parte di altri componenti della classe è essenziale per
inquadrare il suo atteggiamento, ma ancor più per stabilire quelle distanze che
si frappongono fra l'indole di Parker e gli altrui soprusi. Qui Peter, non
reagisce, non perché è superiore alla violenza e alla prepotenze, bensì
perché è consapevole che avrebbe la peggio. Peter è debole ed ha paura, non
è un vigliacco, ma nemmeno il ragazzo savio ed equilibrato che ci veniva
dipinto in passato.
Harry Osborn subisce una caratterizzazione sublime: è il figlio di papà,
cresciuto nell'agiatezza, abituato ad avere tutto senza sforzarsi troppo,
dispensa perle di mondana saggezza, pur non immischiandosi mai negli affari
altrui. E' il classico fantoccio, privo di personalità, che copre con vanitosa
apparenza la fragilità interiore frutto del conflitto/confronto con il padre,
Norman Osborn, qui rivitalizzato cattivo a tutto campo, freddo e determinato,
spietato e insensibile, si riappropria della sua natura subdola e sibillina. Il
giovane Parker ha un nemesi ed essa non è il suo contrario da supereroe, bensì
l'opposto degli ideali e dell'educazione che ha ricevuto.
A compimento di quest'opera, non poteva mancare un rivisitazione ed
omogeneizzazione dei dialoghi, decurtati di quegli appesantimenti troppo melensi
e retorici, viene esaltata la discorsività, scarna ed essenziale. Non ci sono
sproloqui e poche parole spesso sono sufficienti per rendere appieno i concetti;
del resto il mondo di Peter è quello di un adolescente ed è logico che la
comunicazione verbale sia proporzionale alla sua età. L'aspetto grafico
supporta questa scelta; non assistiamo più a primi piani esasperati
sull'espressività del volto, ma prende campo l'utilizzo del mezzo busto, più
adatto ad accompagnare, mediante l'atteggiamento e soprattutto la gestualità, le
parole ed i comportamenti.
Ci troviamo pertanto di fronte ad un opera di altissima qualità, che si pone in
modo diametralmente opposto rispetto al passato. Ciò a cui assistiamo è
finalmente un adattamento ai tempi moderni di un classico senza tempo,
paradossalmente però, proprio in ciò, si rivela l'unica fallacità della
serie, poiché essa è nata prevalentemente per rivolgersi ad un pubblico nuovo,
di giovani che si avvicinano al mondo del fumetto Marvel per la prima volta, ad
essi indubbiamente viene fornito un prodotto avvincente, ma la cui intrinseca
bellezza può essere colta appieno soltanto da coloro che già da anni seguono
il bello e il brutto delle serie regolari, perché ciò che colpisce in
quest'opera è proprio il trapasso, la scelta di troncare con il passato e
questo non può capirlo una persona che stringe per la prima volta il numero uno
fra dita, lo capirà invece colui che già possiede circa un migliaio di numeri
targati Uomo Ragno.
Spero con tutto il cuore che questa raccolta abbia il successo che merita, anche
in virtù dell'enorme apporto che deriverà dalla produzione cinematografica,
per dare la possibilità a tanti giovani di assaporare un mondo straordinario..
quello del fumetto.
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