Lo scenario in cui si svolgono i brevi racconti di vita narrati da Tomaz
Lavric ci viene presentato nella prima storia del
volume intitolata significativamente “Tempi antichi
“.
Leggendo le prime pagine del
racconto di Lavric sembra di fare un balzo in un
passato neppure tanto lontano ma che i tempi frenetici in cui viviamo
fanno già pensare leggenda.
Ci troviamo a rivivere
l’inaugurazione di uno di quei grigi e tristi quartieri di
operai che nelle città dell’ex blocco sovietico si costruivano
attorno alla fabbrica in cui tutti gli operai lavoravano.
I compagni sono tutti nel vasto e
brullo piazzale a sentire parlare il burocrate di turno .
Lavric da
voce alla varia umanità presente, c’è
l’operaio che protesta contro il regime e che viene portato lontano in una
macchina nera e picchiato presumibilmente brutalmente, la moglie di uno dei
cosiddetti quadri che si lamenta che un pari grado del marito ha avuto 10 mq
in più di loro, qualcun altro che ancora
crede in quelle vuote parole.
E su tutti
si staglia come un monito la gigantesca statua dell’operaio simbolo della
rivoluzione comunista.
La statua sarà un elemento ricorrente
nelle storie di vita raccontate da Lavric,
come anche lo saranno i mille interstizi dei palazzoni dove si chiuderà il
cerchio che Lavric ha aperto con la prima storia .
Eppure il quartiere
sembra quasi sparire in ben quattro storie per poi ricomparire con i
personaggi del primo racconto nell’ultimo,
bellissimo e crudele, intitolato “ L’Angelo “, il momento in cui Lavric
presenta il conto ai suoi personaggi.
Le storie di Lavric fanno il punto su cosa
rimane dell’ex Yugoslavia dopo la caduta del
Muro di Berlino , presentandoci l’altra faccia
della ritrovata libertà e democrazia , presentando i reali problemi che gran
parte della gente dell’est è costretta ad affrontare e che durante il
regime sovietico o non esistevano o erano occultati dall’infinito grigiore
di una vita quotidiana sempre uguale per tutti e senza pericoli.
Tutti avevano un lavoro
, poco mal pagato forse , ma tutti lo avevano e la loro esistenza
seppur negata era sicura.
Nella presentazione al volume e alle
singole storie Lavric racconta i cambiamenti
, non tutti positivi, introdotti dal contatto con l’occidente.
“ Il vicino “ , la storia che
segue il Prologo “ Tempi antichi “ , affronta il problema del nascente
nazionalismo, rinato con forza soprattutto tra i giovani disagiati dopo il
crollo del regime comunista. Come evidenzia
giustamente Lavric il nazionalismo di ogni etnia
era stato congelato, il problema era diventato ufficialmente inesistente.
Nella breve e crudele storia di vita,
l’ufficiale in pensione del vecchio esercito comunista jugoslavo diventa il
tipico capro espiatorio, e il bersaglio della stupidità razziale di chi gli
vive accanto e lo incontra ogni giorno.
Un uomo fuori del suo tempo che ancora
crede in una fraternità comunista contro un ragazzo che nella vita non ha
conosciuto che le grigia mura di quel triste
quartiere.
Ne “ La rapina “ troviamo
disegnate le nuove tipologie del cittadino dell’Est Europa, solo alcune
tipologie è bene sottolinearlo, ma quelle che più stigmatizzano la nuova
realtà sociale.
In un’agenzia di cambiavalute
, un nuovo profilo di lavoratore apparso subito dopo la dissoluzione
del sistema sovietico, si incontrano un nuovo ricco, un vecchio che ha appena
preso la sua pensione, una ragazza che sogna storie romantiche e un poeta
senza soldi che per disperazione decide di rapinare l’agenzia dove lavora la
sua ragazza.
Lavric sottolinea
come durante il regime comunista non si sapeva neppure cosa fossero le rapine
forse perché, è un mio inciso, non c’era nulla da rapinare.
“ Il vendicatore “ racconta di un bambino che per sfuggire la
sua realtà si chiude nel suo mondo di fantasia che si è creato leggendo
fumetti di supereroi americani e così finisce per non capire più il confine
tra la realtà e il sogno .
E’ anche ,
però, il pretesto per raccontare una storia di prostituzione, che , ancora
una volta, precisa Lavric , non esisteva durante
il regime sovietico.
“Gli esattori” è forse la storia meno riuscita e meno
intensa del volume, che fa da ponte verso
l’epifania finale, è la storia di un gruppo di ex spie che per guadagnare,
non sapendo fare altro, lavorano presso agenzia investigative private.
E’ una storia che racconta la
nostalgia dei bei tempi andati, nostalgia, che
d’altronde, impregna tutte le storie del volume.
“ L’angelo “, è la storia
finale, la degna conclusione di piccole storie di solitudini estreme.
Negli interstizi degli appartamenti del grigio caseggiato
, nelle case abbandonate ritroviamo gran parte dei protagonisti del
prologo.
Sono, ormai,
alcolisti allo stadio finale, che vivono di espedienti, sono homeless senza
alcun futuro, alcuni ironici, disincantati. Lavric
evidenzia come in effetti, gli alcolizzati erano il marchio di fabbrica del
comunismo e che, si, in effetti vi erano anche dei
barboni, fin qui niente di nuovo.
Ma tra gli interstizi,
adesso, vivono dei nuovi disadattati, nuovi stigmatizzati, i
tossicodipendenti, prima del tutto inesistenti, come i fenomeni
della disoccupazione e del licenziamento, portati all’Est dal
contatto con l’Occidente.
L’angelo in questione è una ragazza
drogata di cui si innamora un alcolizzato che verrà
deplorato dalla sua comunità per quella scelta deviante, e che nella scena
finale tra i lampi del temporale cerca nel vuoto il suo volo.
Leggete le storie, lasciatevi coinvolgere
dalla nostalgia per il tempo che è stato e poi chiedetevi, chi è la vittima
e chi il carnefice? La realtà
come sempre ha contorni sfumati e il grigio è più frequente del nero o del
bianco, come il grigio opprimente della città
crudele di Lavric.