AUTHORITY Volume 1: IMPLACABILI (agosto 2003)

Authority Volume 1: IMPLACABILI

( Raccoglie The Authority Vol. 1 n. 1-8)

Scrittore: Warren Ellis

Matite e chine: Brian Hitch

costo originario €15

(costo antiquariato: sul sito Fumetto On Line 12,75 €)

editore: MAGIC PRESS

 

Recensione di Pietro Meroni

 

GUARDANDO DAL BASSO LA PIU’ ALTA AUTORITA’

Un primo sguardo ad Authority

Nota bene: Queste riflessioni sono basate esclusivamente sulla lettura del primo TPB di Authority della Magic Press e senza conoscere i fatti antecedenti di Stormwatch

« Chi sta andando a fermarli, Jenny? ».
« Una più alta Autorità ».
La sottrazione sembra essere un valore dei nostri tempi.
Creativamente convinti che ormai l’invenzione pura non è più possibile, le strade da percorrere sono altre, tutte sul tema della variazione: la contaminazione, la proporzione distorta. E la sottrazione.
La sottrazione è da sempre sinonimo di rigore. Il poeta Virgilio diceva che di mattina componeva e di pomeriggio cancellava. La sottrazione significa andare all’osso, togliere il superfluo, anche quello che in un primo momento non pensiamo sia tale.
Allora, Authority è un fumetto minimalista?

Parlandomene (e quanto l’ha fatto!) l’ottimo Lawyer ha usato un aggettivo quanto mai azzeccato: “decostruito”. Authority spoglia, letteralmente, il vecchio edificio del fumetto supereroico. Non si limita a togliere le maniglie delle porte: toglie proprio i muri, ne lascia la struttura nuda. Dal punto di vista del concept di base, della costruzione narrativa, toglie gli elementi più stratificati, arrugginiti, condensati, convulsi. L’impressione è quella di una vecchia barca a cui vengono tolte tutte le incrostazioni, di un’automobile che viene pulita, lucidata, e poi modellata fino a diventare perfettamente aerodinamica, “streamlined”, perfetta per fendere l’aria, e correre. Nulla sembra fermare la lettura di Authority. E’ una cavalcata che non produce i propri ostacoli. E’ proprio un’auto perfetta che corre.

Ma la sottrazione investe anche il livello del “patto” narrativo con il lettore, la classica sospensione dell’incredulità. Nel senso che Authority chiede molto di più alla fiducia del lettore. Chiede di completare. Chiede di chiudere tutti i buchi nei muri. Una scommessa (vinta, a quanto pare) da parte di Ellis? La realizzazione del fatto che ormai molti elementi melodrammatici sono totalmente ridondanti? La conclusione che lo spettatore, che sia anche (o soprattutto?) un lettore occasionale, ha ormai interiorizzato – con decenni di fiction, telefilm, videogiochi e perché no, TG alle spalle – una propria “costruzione retorica ” interna, il fatto che NON C’E’ ALCUN BISOGNO di ritrarre una vittima, o un eroe, per più di un’inquadratura, perché quella singola inquadratura è totalmente sufficiente, e il resto è lo spettatore stesso che lo completa, dentro di sé?

Qualche esempio. Authority non ritrae il proprio mondo. Si può intuire che sia praticamente il nostro, veloce, multimedializzato, popoloso e stanco. Popolato da manichini che muoiono. Non importa il ritratto del mondo, è un rallentamento. Per andare in scena serve uno scenario, ed eccolo, e non ha uno spessore maggiore dei fondali dipinti dei teatri di una volta.

Authority non ritrae personaggi. Authority crea ruoli. Un personaggio è complesso, ricco di contraddizioni, lungo e difficile da scolpire. E sono sicuro che Ellis è perfettamente in grado di farlo se vuole. Ma qui sceglie un’altra strada. Il personaggio è un rallentamento.
E allora sono sufficienti “figure” come quelle di Poe, ruoli immediatamente riconoscibili e ben amalgamabili, che sfiorano la nostra cultura e destano in noi sensazioni di riconoscimento.
Le due citazioni più palesi, Apollo e Midnighter. I ruoli più classici e basilari.
Doctor, l’infarinatura new age e mistica, che sa tanto di quelli che in casa hanno le candele d’incenso e meditano nella posizione del loto tutte le sere. Un personaggio che ci rassicura, un personaggio che è padrone del proprio passato ancestrale; che da drogato nullità che era, ha trovato le proprie radici, la più grande ricchezza, e non è mai SOLO, perché i suoi avi sono sempre con lui, e lo consigliano e lo confortano.
Una spruzzata di naturismo con Swift, il ritratto di una sensibilità libera, ampia, che ci riscatta dalle nostre sensazioni sempre più negate, dai nostri sensi sempre più violentati e compressi.
Un elemento di positivismo (con un pizzico di inquietudine) con Engineer, la fiducia più totale nelle macchine, nella tecnologia e nella mente calcolatrice. Ed è interessante notare come, per contrasto, sia il personaggio più portato a dubbi di carattere morale.
La pensata più post-moderna con Hawksmoor, che in realtà può essere letto come la sublimazione della sensazione di alienazione che creano le metropoli moderne.
E poi, Jennifer Sparks. Non molto tempo fa, Beppe Severgnini proponeva uno spunto interessante di analisi del “carattere nazionale” americano, in un articolo sul Corriere che non era assolutamente abbastanza profondo e documentato per essere un vero saggio, ma comunque le osservazioni mi sembra si adattino perfettamente a Jenny, anche se lei è inglese (e Ellis pure).
Severgnini individuava due valori, due capisaldi del pensare comune americano: “To be in control” e “To do something”. “Avere il controllo” e “Fare qualcosa”. Nelle difficoltà, da quelle più banali a quelle globali, la reazione dello yankee, secondo Severgnini, è lontana da ogni fatalismo ma al contrario impone un vero impegno, mentale e fisico, per affrontare la difficoltà e risolverla. L’articolo di Severgnini era scritto con riferimenti alla reazione emotiva all’attentato dell’11/9 e all’intervento in Iraq ma, ripeto, non si può pretenderne più di tanta profondità. “To be in control” e “To do something”. Sono concetti che si adattano perfettamente a Jennifer Sparks. Una donna leader, burbera, bella, definita da una paranoia di comando neanche troppo strisciante (freudianamente simboleggiata dalla onnipresente sigaretta?), da una fottuta volontà di controllo.
To be in control” e “To do something”. A ben pensarci, sono i concetti che definiscono tutto l’edificio narrativo di Authority. Da sempre i super-eroi lavorano per sublimazione, per permetterci di sfogare, con modo catartico, le nostre repressioni e frustrazioni. Authority è la perfetta sublimazione per il 21° secolo.

« Chi sta andando a fermarli, Jenny? ».
« Una più alta Autorità ».
Dunque, da cosa è definita questa Autorità, che porta i colori di una maglietta che sarebbe piaciuta a Keith Moon ed emerge da un portale che sembra un poster della San Francisco della Summer of Love? Perchè questa Autorità è tale?
Da quanto si vede in questi primi due story-arc, Authority è definita dal potere. O meglio, dal “poter fare”, dal poter compiere azioni che altri non possono. Il “controllo” e il “fare qualcosa”.
Di “superiore” c’è la loro libertà di movimento, la loro possibilità di comandare forze impressionanti, la possibilità di eseguire “magie” di varia natura, giocando sul filo della contaminazione di generi. La possibilità di godere di spettacoli unici, come la scogliera dei telepati latenti. E la possibilità di fare stragi.
Ma c’è un’etica, “superiore” o meno, una deontologia, un insieme di valori dietro questo potere? La risposta, per quanto danno da vedere queste otto storie, è no.

Authority ricopre il ruolo di “buono” per definizione, per assioma. Perfino quando le sue stesse azioni mettono in seria discussione questa “bontà”. Authority non è definito dalle sue azioni. E’ al di sopra di esse.
La sottrazione maggiore, la più grande sottrazione che è anche la grande intuizione di Ellis, è l’eliminazione del senso di colpa.
In Authority il senso di colpa è completamente estirpato. Quello che era il “primus immobilis”, il motore principale dei comics dai tempi di Bruce Wayne e Peter Parker, sembra completamente assente (ma affiora in certe frasi di Jennifer Sparks: « Succedono brutte cose quando comando una squadra… »).
Authority non si pone dubbi. Elimina i bambini clonati come se fossero semplici strumenti. Fa precipitare decine di navi piene di persone. Sommerge l’Italia. Il “nemico” è fuori da ogni sfera di pietà, da ogni tentativo di recupero, di insegnamento. Il nemico si distrugge, e basta.
E quanto è puro, semplice, questo mondo di Authority! E’ un mondo narrativamente semplificato, “decostruito” oppure, volendo fare un passo ulteriore, è un mondo purificato, alla Evangelion, dove non esiste più il senso di colpa, la paura del potere? Ma allora la morale che siamo tanto abituati a trovare nel MU o nel nostro stesso agire, nasce esclusivamente dal senso di colpa? Dalla paura di esercitare il potere? Dal “homo homini lupus” di Hobbes? In un mondo puro non esiste morale? E pertanto il potere stesso si gestisce quasi a livello genetico, darwiniano, con processi che sono al di là del bene e del male?
« Non fateci incazzare ».

Stralcio di dialoghi del numero 8, verso la fine:
« Se necessario… ».
« Possiamo… ».
« Se ci fosse chiesto… ».
« Se fosse necessario… ».
Dopo la distruzione, i falchi si tramutano in colombe. Non sono difensori, sono giustizieri, giudici e boia, eppure cercano di togliersi dal cono di luce fascista che cade loro addosso con quel fiorire di “Se volete”, “Se fosse necessario”. Ma a cose fatte. Necessario per chi? E chi decide cosa è necessario? A chi è stato chiesto il parere di sommergere l’Italia?
Ma chi se ne frega delle forme di governo democratico! Rompiamo il culo ai cattivi! Anche sommergendo una nazione! Che palle le remore morali, i dubbi… I dubbi sono un rallentamento.
Tutto il mondo ci riempie di dubbi, di insicurezze, di frustrazioni.
Ed ecco che Authority interpreta, in chiave 21st Century Schizoid Man, il ruolo della sublimazione, della catarsi. Ma è una catarsi malata.
Un fumetto pieno di certezze! Dove sublimare l’aggressività con storie inarrestabili come un carro armato, dove la gente non si fa seghe mentali, ma sa sempre cosa fare e ha il potere di farlo.
Personalmente, trovo una componente eccessiva di “exploitment” in questo progetto. Questo termine, “exploitment”, nasce negli anni ‘70, per indicare uno “sfruttamento commerciale” di emergenti tematiche sociali. La “black awareness” dei neri americani, il femminismo, tutti questi movimenti furono “exploited” in film, romanzi, persino fumetti, creati in tempi brevi e a costo zero per sfruttare l’onda dell’interesse pubblico. Lo “sfruttamento” commerciale della manifestazione di un bisogno sociale.
Un disco di The The si intitola “The Pornography of despair”. Authority potrebbe essere “Pornography of frustration”. Titilla la nostra frustrazione dicendoci che non dobbiamo avere dubbi, basta saper picchiare duro. In questo ha tutta l’idealizzazione, l’irrealtà mentale della pornografia, e del porno ha il suo rivolgersi subdolo ad una parte repressa, inconscia.

Che messaggio emerge da Authority? E non lo dico da vecchio lettore con le rughe. Se fossi un kid, con le saracinesche della fantasia che ottundono il mondo, cosa imparerei da Authority?
« Volevo solo divertimi un po’ » sono le ultime parole di Gamorra.
« Adoro essere me » ghigna Midnighter.
Gratificazione istantanea. Divertimento. Totale assenza di valori, da una parte come dall’altra.
Un fumetto, un’opera di evasione, deve per forza esprimere dei valori? La risposta sarebbe complessa. Io risponderei di sì, pronto ad essere tacciato di marxismo o stalinismo (ma non mi riconosco in queste ideologie), spiegando questo: che dal momento che un fumetto propone delle figure “di ruolo”, dei “role models”, non si può limitare a gratificare gli istinti più bassi, l’aggressività, la repressione, senza proporre anche una parte positiva, “costruttiva” e non solo distruttiva.
Manca qualcosa in Authority. Manca la “pars construens” di ogni retorica. La costruzione che viene dopo l’anarchia. In questo senso, siamo molto vicini al “V for Vendetta” di Moore, che celebra l’anarchia quasi fine a se stessa (ma con quale complessità di pensiero!), e stacca la spina proprio quando arriva il momento di ricostruire. Allo stesso modo, Authority non ha ricette da dare, non ha consigli perché non ha una morale, non ha nemmeno una soluzione pratica da suggerire, che non sia, per pura tranquillizzazione borghese, appoggiarsi ad istituzioni comunemente percepite come socialmente “buone”, come l’ONU.

« Doveva pur rimanerci qualcuno per salvare il mondo. E qualcuno per cambiarlo ».
« Abbiamo fatto qualcosa di veramente spaventoso. Siamo venuti e abbiamo cambiato le cose nel modo in cui pensavamo dovessero essere ».
« Forse abbiamo fatto ciò che che dicevamo sempre di voler fare. Cambiare le cose in meglio ».
Ma come? Semplicemente, asportando con precisione chirurgica quello che è stato identificato come “male” (ma c’era solo male in quell’Italia? Ben lontano dal biblico “Forse in quella città ci sono cinque uomini buoni” “Non la distruggerò per quei cinque”)? Con la distruzione di massa, giustificata da un “loro sono mafiosi stupratori, non meritano altro”?
« Siamo qui per darvi una seconda possibilità. Rendetelo un mondo degno di viverci ».
Authority ha l’enigmaticità e il terribile potere di certi angeli, incomprensibili e portatori di distruzione. Come se gli uomini fossero troppo piccoli, petulanti e stupidi. In prima linea, probabilmente, l’autore di questo articolo.

Continuiamo a guardarci intorno, nel mondo di Authority. Il primo cattivone, il Mandar… ehm… Gamorra, che cosa ci dice di sè?
Al di là del primo, prevedibile monologo iniziale, sono interessanti i suoi scambi con il rappresentante ONU:
« Gamorra si fonda sul terrorismo ».
« Perchè? ».
« Perchè posso. Perchè sono un lupo in un mondo di pecore… Non ho nessuna politica da portare avanti attraverso il terrore, nessun ideale da trasmettere. Il terrore per il terrore ».
La nostra monoposto fila sempre più veloce nel vento della storia. La motivazione, anche per un cattivo, è un rallentamento. “The villain makes the hero”… eh, caro Jack, altri tempi…
Ma è interessante fare qualche riflessione sull’arma scelta da Gamorra. Ragazzini.
Ragazzini volanti, super potenti, ma pur sempre ragazzini. Vivi. O forse no? Vengono ritratti come bombe umane, senza pensieri, senza emozioni, eppure parlano, reagiscono…
Perché ragazzini? Perché Ellis non ha pensato, che ne so, a dei draghi giganti, o a delle forme spugnose, a delle ghiande, a degli opossum, a dei dischi volanti che si aprono e dentro ci sono i robot, o a delle pornostar con i cingoli? C’è sempre stato, in narrativa, un alone di inquietudine legato ai ragazzini, alla loro volontà labile e incomprensibile: pensiamo al vecchio film “Il Villaggio dei Dannati”, a cui Morrison ha “rubato” le Stepford Cuckoos, o per restare in Italia al racconto di Calvino “Ultimo venne il corvo”. I ragazzini fatti in serie puzzano di genetica, di scienza indiscriminata, di abbandono di ogni morale e di una tecnologia che, lei sì, è sfuggita al controllo.
La motivazione come elemento di credibilità del cattivo è sostituita dalla paura strisciante, da una paura “sociale”, reale, storicizzata, lievemente distorta e ingigantita. Un ritratto di noi stessi che ci guarda dalla pagina. E lo stesso vale per la politica di stupro razziale della Doppia Albione.

« Non siete soli » dice Jennifer Sparks.
Non so voi, ma io non posso fare a meno di trovarla un’affermazione inquietante.

GIUDIZIO ottimo

NOTA BENE: i Paperback pubblicati dalla Magic Press , dedicati ad Autority, furono in tutto 12 (dal primo sopra recensito (luglio 2003), a “Cambiare per non morire” del novembre 2011). Fonte http://www.comicsbox.it che si ringrazia.

 

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