IL PARTIGIANO BLEK /1

IL PARTIGIANO BLEK
di Dario Biagiotti

Il Grande Blek

Il Grande Blek

Esiste uno strano caso nella storia della letteratura disegnata italiana: quello del Grande Blek, personaggio tra i più celebri (se non il più celebre) del prolifico trio di autori EsseGesse (nome/acronimo dietro al quale si celavano Giovanni Sinchetto – 1925, 1991 – Dario Guzzon – 1926, 2000 – Pietro Sartoris – 1926, 1989), ma oggi quasi dimenticato, se si eccettua la coraggiosa ristampa delle Edizioni IF o la produzione autoctona in Francia ed ex Jugoslavia (nemo profeta in patria).
Il primo numero di Blek uscì nel 1954 nel formato a strisce tipico di quegli anni, e quasi subito raggiunse un successo clamoroso, superando tutti i suoi diretti concorrenti (Tex compreso!) con vendite che si aggiravano intorno alle 400.000 copie [1], cifra che, nel fumetto italiano, sarebbe stata replicata solo trent’anni dopo da Dylan Dog. Il suo dominio durò all’incirca un decennio, fino a quando, nel 1965, la casa editrice che ne curava le pubblicazioni, la Dardo, ruppe con gli autori e lasciò la serie in altre mani, con scarsi risultati e una breve sopravvivenza.
Diversamente dalla tendenza pressoché esclusivamente western nei fumetti dell’epoca, le storie di Blek si svolgevano nella regione dei Grandi Laghi durante la Rivoluzione americana, con il biondo e muscoloso trapper, l’orfano scavezzacollo Roddy e il maldestro e panciuto professor Occultis, a capo di un’intera comunità di ribelli in guerra contro la tirannia inglese. In poche parole, avventura classica, intrattenimento puro, un’ambientazione americana di derivazione cinematografica (e soprattutto fenimore-cooperiana), un invincibile eroe solare e paterno che le suona a dei cattivi brutti e caricaturali, siparietti comici di tanto in tanto per sdrammatizzare: questo era il modo in cui lo vedevano i lettori, allora soprattutto bambini e adolescenti, e l’interpretazione a cui si sarebbe limitata la critica negli anni a venire, fino ai giorni nostri. [2]
Tuttavia, a osservare più in profondità tra quelle morbide linee di china, sembra emergere un’altra chiave di lettura che, come inchiostro simpatico, col passare del tempo torna a tingere la carta nella sua incontestabile chiarezza. Essa, in fondo, risponde alla sensibilità di autori già attivi a ridosso del 1945 per un pubblico che si era ritrovato ad avere la Seconda guerra mondiale in casa [3]. Un sentire che prescinde da volontà più o meno esplicite nella narrazione, e si manifesta in una trasposizione che, anziché lambiccarsi banalmente con le regolette intellettuali (e di dubbia durata) dell’allegoria, preferisce l’universalità di ciò che Tolkien definisce “applicabilità” [4]. Sarà l’intento di questa serie di articoli ripercorrere sotto nuova luce l’epopea dell’eroe dei trapper, e proporne una nuova lettura. Poiché, per quanto se ne possa dire, quella di Blek non era semplice avventura classica, né tanto meno narrazione storica sulla guerra di indipendenza americana. Conteneva i semi di una coscienza civile, nella nuova Italia democratica, repubblicana e antifascista, vogliosa di formarsi e solidificarsi attraverso il racconto di un’esperienza che, tra lutti e travagli, miseria e orgoglio, ne aveva costruito le fondamenta: l’epopea della Resistenza.

L’italianità di Blek
Bisogna, prima di tutto, precisare una cosa: Blek è italiano. Non da un punto di vista di natale artistico, ma proprio in quanto personaggio. Non è un americano del XVIII secolo, non è di cultura liberista/puritana, non presenta tratti socio-antropologici anglosassoni. Egli parla, pensa e agisce secondo modalità tipiche degli italiani fino al dopoguerra, con il suo pragmatismo contadino, la socievole solarità dei piccoli centri urbani e delle cittadine meridionali affacciate sul Mediterraneo (l’ospitalità nel villaggio dei trappers ha l’aspetto del solidarismo cattolico piuttosto che di quello “do ut des” statunitense), il senso della famiglia (perché il trio formato con Roddy e Occultis è a tutti gli effetti una famiglia di cui Blek è al vertice in quanto figura paterna), l’improvvisazione preferita alla pianificazione razionalistica per fuggire alle trappole o sconfiggere i nemici [Fig.1], la naturale diffidenza verso l’inspiegabile [Fig.2].

Fig. 1 (da "Il grande Blek" serie I, numero 13)

Fig. 1 (da “Il grande Blek” serie I, numero 13)

Fig.1: Le qualità “escapistiche” di Blek risiedono tutte nei muscoli, nel cuore (inteso come coraggio e determinazione, ma anche come forza morale – un giusto vince sempre) e in una forma di pianificazione che rientra solo nel breve e medio termine che potremmo definire come “arte di arrangiarsi”. L’esempio è tratto da “Foresta in armi”, da Il grande Blek serie I, numero 13.

Fig. 2 (da "Il grande Blek" serieXI, numero 5)

Fig. 2 (da “Il grande Blek” serieXI, numero 5)

Fig.2: nei confronti del soprannaturale, l’incredulità di Blek non è di tipo positivista, non si affida al metodo scientifico, ma nasce, ancora una volta, dal pragmatismo di un uomo che vive la realtà naturale direttamente sulla propria pelle. L’esempio è tratto da “La nave maledetta”, da Il grande Blek serie VII, numero 6; cfr. anche “La strega”, da Il grande Blek serieXI, numero 5.

In altre parole, potremmo definirlo un archetipo di eroe concepito come “ideale” rispetto ai connotati storico/culturali del nostro Paese, l’insieme di tutto ciò che vorremmo essere e che riteniamo giusto e nobile, incarnato in una figura fantastica appartenente a un immaginario consolidato come quello della frontiera americana, canonizzata da un tipo di cinema che, all’indomani della Liberazione e dell’intervento alleato, letteralmente “invase” il pubblico italiano.
Allo stesso modo, l’ambientazione americana è da considerarsi, a sua volta, unicamente come territorio dell’immaginario. Tra la realtà storica e quella di Blek c’è una differenza abissale, oltre che a livello scenografico [5], soprattutto sul piano ideologico. Le vere motivazioni alla base della Rivoluzione americana erano assai diverse da quelle per cui combatte il nostro eroe. Le rivendicazioni dei coloni nei confronti della Corona erano di natura prettamente economica: consistevano in una totale libertà commerciale, nell’abolizione di tasse e di dazi doganali, nella possibilità di poter sfruttare terra e risorse naturali (della quale, già a partire da quegli anni, avrebbero fatto le spese le popolazioni indigene) senza restrizioni da parte dello Stato. Quella della neonata nazione americana fu una guerra liberista, ben accolta dalla borghesia intellettuale e mercantile, ma non priva di quelle ombre (oltre allo sterminio delle nazioni irochesi, l’inizio dello schiavismo) che ne avrebbero segnato, di lì in avanti, la vita [6]. In Blek, al contrario, fa riflettere che gli inglesi vengano definiti in due modi: con la metonimia “giubbe rosse” (o “marmittoni”, richiamando la stessa identificazione tra corpo militare e popolazione che avveniva con i tedeschi – in questo caso, le SS), e con il termine “invasori”, un po’ inadatto nel contesto di una guerra coloniale che coinvolgeva persone della stessa provenienza. Il dominio inglese è quello di un’invasione che si impone attraverso uno stato di polizia perenne, l’assenza di libertà di pensiero, i soprusi e le rappresaglie sulla popolazione civile: un vero e proprio regime nazifascista che vessa un paese altrimenti autonomo e sovrano.
Lo scenario delle avventure di Blek, quindi, presenta molte più somiglianze con l’Italia del dopo 8 settembre piuttosto che con quello dell’America rivoluzionaria. Ma le similitudini non finiscono qui.

L'immagine di un trapper tra "Il grande Blek"

L’immagine di un trapper tra “Il grande Blek”

La montagna e la lotta armata: la Resistenza dei Trappers
Prima pagina del primo numero di Blek [Fig.3 e Fig.4]. Il dramma ci viene sbattuto in faccia subito, brutalmente. Non è come ne Il comandante Mark: non ci sono preamboli, niente introduzioni al mondo del protagonista; a pensarci bene, non c’è propriamente un inizio. Ci troviamo in medias res, in una scena d’azione. Nelle prime due vignette, vediamo Blek aggirarsi nella foresta. Starebbe piazzando una trappola per volpi, ma è armato fino ai denti, perfettamente consapevole dello scenario in cui si trova e del ruolo che ha al suo interno. Di lì a poco, infatti, la puzza di guai lo conduce davanti a una capanna in fiamme. Vede un uomo e un ragazzino stesi per terra esanimi, due trappers. Soccorre subito il piccolo, che riprende i sensi tra le sue braccia: si chiama Roddy Lassiter e il corpo che giace riverso a due passi da lui è quello di suo padre. Le lacrime del bambino incontrano prima la virile consolazione di Blek (“Sii forte, i trappers non piangono”) e subito dopo la presa di coscienza di quanto accaduto. “Quelle canaglie l’hanno ucciso!” dice tra i singhiozzi. Blek capisce tutto (“Sono stati loro, vero piccolo?”) e decide di inviare dei segnali di fumo ai suoi trappers per convocarli a una riunione straordinaria.
Prontamente, questi si raccolgono presso una “grande cascata” precedentemente stabilita come punto di ritrovo e vengono raggiunti da Roddy, che li mette al corrente degli ultimi tragici eventi. Ancora una volta, l’identità degli assassini rimane sottintesa, benché nota a tutti: si parla di loro come di “quelle canaglie”, “quei vigliacchi”. Blek, nel frattempo, si imbatte negli assassini, due uomini in abiti civili, dopo averne seguito le tracce: ne ferisce uno, che riesce a fuggire, ma cattura l’altro. Raggiunge il ritrovo dei trappers per interrogarlo, ma poco prima che l’interrogatorio cominci, il prigioniero viene ucciso. Il mistero si infittisce, e le indagini di Blek e di Roddy porteranno a un piano ordito dal nuovo governatore inglese di Portland per cacciare i trappers dalle loro terre. Per il momento, questi sviluppi non ci interessano: rimaniamo su quanto appena descritto.

Fig. 3: la prima tavola del primo numero de "Il grande Blek"

Fig. 3: la prima tavola del primo numero de “Il grande Blek”

Fig. 4: seconda tavola del primo numero de "Il grande Blek"

Fig. 4: seconda tavola del primo numero de “Il grande Blek”

Il primo elemento che ci permette di distinguere i trappers di Blek da quelli storici e di accostarli ai partigiani è la consapevolezza, immediata e unanime, della propria scelta di campo. Contrariamente ai trappolatori nordamericani del XVII secolo, relativamente poco coinvolti nello scontro tra la Corona e i ribelli di Washington e spesso schierati a seconda di chi li ingaggiava, i nostri identificano senza ombra di ambiguità la loro posizione all’interno dello scenario rivoluzionario. L’individuazione del nemico nelle giubbe rosse è inequivocabile, al punto che non c’è nemmeno bisogno di ricordarne il nome quando ci si riferisce ai responsabili della morte del vecchio Lassiter, o, come vedremo successivamente, si preferirà per loro il termine “invasori”. La scelta della lotta armata è ineluttabile, unica misura possibile per liberare la Patria, e ciò porta a due conseguenze. La prima è l’accettazione di ogni eventuale prezzo da pagare, compreso quello della vita: la morte del padre di Roddy, seppure drammatica, non stupisce nessuno e non turba più di tanto gli animi dei trappers, poiché nella lotta per la libertà rimanere uccisi è una possibilità (se non una probabilità) da tenere per forza di cose in considerazione. Il modo in cui Blek consola Roddy, il tentativo di abituarlo subito alle durezze della guerra, da questo punto di vista è comprensibile e, a pensarci bene, finisce per trasformare il trauma del piccolo in una specie di battesimo del fuoco, in seguito al quale questi diventerà un combattente a tutti gli effetti (infatti, lo vediamo poche vignette dopo partecipare attivamente alla riunione dei trappers).

La seconda conseguenza è l’organizzazione sul territorio, forse la caratteristica che meglio rivela le distanze con gli omologhi storici e le somiglianze con i partigiani. Se i trappers reali non mostravano una coscienza di “gruppo” se non (in quanto commercianti) per tutelare i propri interessi di categoria di fronte alle autorità [7], Blek e i suoi costituiscono un autentico corpo paramilitare rivoluzionario, organizzato, strategicamente localizzato e dotato di infrastrutture. Nelle scene descritte sopra, si è parlato del punto di raccolta della “grande cascata”, uno dei tanti snodi logistici di cui dispongono i trappers che si alternano di episodio in episodio, ma il vero centro direttivo è rappresentato dal quartier generale. Il villaggio in cui è ambientata la vita quotidiana (e gli sketch comici) di Blek, Roddy e Occultis, ospita il grosso dei combattenti e fa da punto di riferimento sia esterno (i patrioti nelle città, sia che cerchino aiuto, sia che diano incarichi) che interno (le azioni e le iniziative intraprese dai trappers), grazie anche alla sua (assai significativa) ubicazione: una foresta, in montagna, relativamente lontana dai centri abitati e inaccessibile alle truppe inglesi. L’evocazione della Resistenza, sia nella sua realtà storica che nella sua iconografia, non ha bisogno di ulteriori sforzi esegetici: la montagna come rifugio dei patrioti e base delle loro forze militari non è solo impressa indelebilmente nei libri di storia, ma nell’immaginario nazionale [8].
Le peculiarità organizzative e strutturali di Blek e i suoi trappers non hanno solo ragion d’essere nella somiglianza con i gruppi partigiani, ma sono funzionali alla specificità del nemico che devono combattere: le Giubbe Rosse.

[1] Cfr. Luca Raffaelli, “Il mondo di EsseGesse”, da I classici del fumetto di Repubblica: il grande Blek, Roma, Gruppo Editoriale L’Espresso in collaborazione con Panini Comics, 2004, p. 10.
[2] Cfr. “Chi è il Grande Blek”, da ibidem; Fabio Licari, “Simpaticamente invincibile”, da 100 anni di fumetto italiano – Blek: l’epopea dei trapper, Milano, Panini Comics, 2010, p. 4.
[3] Cfr. Gianni Bono, “Figli della guerra”, da 100 anni di fumetto italiano – Blek: l’epopea dei trapper, p. 5.
[4] Cfr. J.R.R. Tolkien, “Introduzione alla seconda edizione”, in J.R.R. Tolkien, Il signore degli anelli, Bergamo, Bompiani, 2005.
[5] Gli stessi autori ammisero di non aver mai puntato a realizzare graficamente armi, abiti o ambientazioni secondo un rigore storiografico. Cfr. Domenico Denaro, La storia di Blek, Marsala, La Siciliana, 1984, p. 13-15.
[6] Per approfondire la questione storiografica sulla controversa “nascita della nazione”, consiglio di consultare il sito From Colonies to Revolution, davvero prezioso per la quantità di fonti e documenti riportati. Il sito, inoltre, è stato utilizzato dai Wu Ming per la documentazione alla base del loro bellissimo romanzo Manituana.
[7] Cfr. http://www.thefurtrapper.com/
[8] Cfr. G. Bocca, Storia dell’Italia partigiana, Laterza, Bari 1966, p. 13-5, 17-8, 20-1.

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