BRATPACK di Rick Veitch (1995)

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Dopo la parentesi dedicata al film Unbreakable, in concomitanza con il primo trailer di Glass (il nuovo film diretto da M. Night Shyamalan), torniamo ai fumetti con un capolavoro del ‘revisionismo supereroistico U.S.A.: Bratpack,  pubblicato oltre venti anni anni fa da Rick Veitch ma sempre attuale.
Lasciandovi a questa bella recensione, vi Auguro un Sereno e Santo Natale
Mario Benenati
P.S.: Se la lettura sarà di vostro gradimento, condividete quest’articolo. Grazie


Copertina del n. 3 della miniserie Bratpack

Bratpack 

di Rick Veitch
Collana Sogni nr. 1/2/3
ed. Phoenix, Bologna
72 pagine, brossurato 17×26, b/n
£ 5.000 cad.,
euro 3,30 cad.
( fonte Fumetto-online.it)


Recensione di Giuseppe Condorelli




Eravamo una ben macabra ciurma.
S. T.Coleridge, La ballata del vecchio marinaio.

Rick, l’apostata.

“A nessuno fregherà mai un cazzo delle vittime perché è impossibile contarle tutte.
Parola – alla fine di un ennesimo eccidio – d’eroi impuniti ed impunibili, anzi di super-eroi: Midnight Mink, narcisista pedofilo ed omosessuale; King Rad, riccone folle ed ubriacone; Moon Mistress, femminista consunta nel corpo e non solo; Judge Jury, il feroce giudice nazi. Ovvero il quartetto di degenerati watchmen di Slumburg, una città di merda (in cui vengono indetti i riconoscimenti Tolleranza Zero e celebrate le Miss Ragazza Madre), battuta costantemente dalle falangi di Ottobre nero, civico gruppo di controllori. Una città che è un abisso da quando True Man, il super-eroe per eccellenza, l’ha abbandonata a questa nuova pattuglia di vigilantes arroganti e violenti, coadiuvati dagli immancabili aiutanti. Appunto il bratpack, (“la pattuglia dei mocciosi”). E s’intitola proprio Bratpack la corrosiva miniserie in tre albi di Rick Veitch, pubblicata dalla sua etichetta indipendente King Hell e proposta in Italia dalla editrice Phoenix di Daniele Brolli.
Veitch, esploso sulla scena underground negli anni ’70 e impostosi con The One, primo flash nel mondo bugiardo dei supereroi, mostra tutta la sua verve di picchiatore e di affossatore del mito pulito dell’ eroe in calzamaglia, tipico del fumetto d’oltreoceano. Con una scrittura scarnificata e asciutta e un registro figurativo grondante e poderoso, a volte sciattamente splatter, che nulla concede alla pietà o all’eufemismo, Veitch sporca continuamente il nido, distruggendo l’illusione che gli eroi del fumetto “possano essere solo seri e tutti di un pezzo“. Così Bratpack, prima del recente Kingdom come di Alex Ross (1996) e dopo Watchmen di Alan Moore e David Gibbons (1987) chiude la trilogia revisionista, consegnandoci custodi-padroni, immorali, viziosi ed anabolizzati.
I quali sembrano appunto un’oligarchia mercantile, un agguerrito consiglio di amministrazione, una spietata zabaitzu attenta alle impennate delle quote di royalty relativa al merchandising che ruota intorno ai giocattoli che li raffigurano. Alla merce cioè; parola mai scritta né pronunziata ma che si impone – con caustica allegoria – per tutte le pagine lacerate di Bratpack.

La copertina del volume "Bratpack", nella versione inglese (2003) © degli aventi diritti
la copertina del volume “Bratpack”, nella versione inglese (2003) © degli aventi diritti

La pattuglia di ragazzini in calzamaglia è appunto merce, come tale gestibile e, all’uopo, rimpiazzabile: dopo la strage compiuta dal Dottor Bestemmia (quasi un pirandelliano epigono dell’Hannibal Lectar di Thomas Harris), il supercriminale mascherato che vive solo per la verità, quella più pura, ipnotica e corrosiva, i supereroi costringono Padre Dunny, lo spacciasalmi della Chiesa di S. Bingo, a radunare un nuovo piccolo drappello di ragazzini pronti a sostituire quello decimato. Gli ingenui Cody, Shannon, Karlo e Beau, adolescenti in gamba ma non troppo furbi, saranno il nuovo bratpack: e le vertiginose sequenze della loro iniziazione portano già con sé il sentore di un’ altra fine precoce. Eccoli allora: Chippy, il busone, Luna, la troia brufolosa, Wild Boy, tossico del gruppo, Kid Vicius, borioso alcolizzato. Sciàmano sulle loro mobile eccitati dalla celebrità, alter ego ragazzino e contorto, edificanti riflessi dei loro soprastanti.
Inconsapevoli di essere invece vittime degli interessi e delle violenze dei loro mentori. Solo guidati dal Dottor Bestemmia (svelato ironicamente solo alla fine in Fredo, il maggiordomo!) si accorgeranno che i loro partner sono in realtà gli assassini del bratpack. Già, perché i “grandi” dovrebbero aver bisogno di loro? In fondo quei ragazzi non fanno nulla di veramente importante, a parte qualche foto pubblicitaria o gli autografi nei negozi di fumetti.
Forse perché siamo la vittima dei loro disgustosi giochetti! intuisce Cody. Troppo tardi: una bomba di inaudita potenza esplode in mezzo a loro mentre Padre Dunny si impicca. La redenzione finale è però in agguato: scaturito da una apocalittica tempesta che devasta l’ intero globo e poi la città stessa, True Man si materializza improvvisamente, deus ex machina di questa – dice Weitch – satira orrorifica della cultura dei comic books, punendo con la morte i suoi corrotti ex-compagni.
Ma l’arrivo dell’eroe taumaturgo non servirà a sciogliere i nostri dubbi né a salvare la città dalla sua agonia. Per intenderci, Slumburg è mille miglia distante dalle altre metropoli dell’ immaginario fumettistico: non è né la cadente e oscura Gotham, sulla quale plana continua l’ ombra veloce e salvifica dell’ uomo-pipistrello; non è neppure la Basin City di Miller, decadente e corrotta, ancora troppo boiled, profumata di sangue e di cordite. Non è nemmeno la babelica Metropolis di Superman sempre in bilico tra buoni e malvagi. No. La Slumburg di Rick Veitch è molto di più: è reale. E’ tutte le città del pianeta, il loro incubo umano e culturale, economico e sociale. Una metropoli degradata e putrescente della quale gli abitanti sono degni figli: cinici, in perpetua, accanita lotta reciproca. Città dove fanno da contraltare i linguaggi avvilenti delle radio cittadine, alla lussuriosa ricerca di ascoltatori per i loro demenziali sondaggi telefonici. E’ la città precipitata, la fine di ogni ottimismo futurologico, una bladerunneriana urbe priva delle idiosincrasie romantiche e dure dell’antieroe Deckart protagonista del film di Scott: irrimediabile. E nella quale con molta probabilità – sembra avvertirci Weitch dal profondo – un brivido freddo correrà lungo le nostre schiene all’ idea ed alla vista di una muscolosa e pettoruta calzamaglia.
Live fast, love hard, die with your, mask on bratpack!

GIUDIZIO GLOBALE:
ottimo
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