SANDMAN 30th Anniversary: GAIMAN e SHAKESPEARE

Nonostante qualche piccolo intoppo ecco il quarto articolo di questo speciale.
Dopo l’introduzione di Marcello Vaccari (fondatore di Glamazonia), l’analisi di “Vite Brevi” a cura di Fabio Ciaramaglia, ed il terzo articolo di Alessandro Assiri (Sogna ragazzo sogna” Perché per tutti arriva inevitabile il momento in cui sognare è l’ultimo rifugio), torna Fabio Ciaramaglia con un titolo ad effetto ed un intervento molto interessante.

Mario B.


 

Sulla figura di Hamnet fra Ulisse e Titania:

Gaiman autore post-modernista.

Di Fabio Ciaramaglia

 

Sandman e Shakespeare ne “La Tempesta”. Per gentile concessione. © degli aventi diritti

Neil Gaiman può essere considerato lo Shakespeare del fumetto, ma ovviamente una frase del genere deve essere motivata abbastanza in dettaglio. Prendo spunto dal primo fumetto che ha vinto il World Fantasy Award nel 1991, A Midsummer Night’s Dream numero 19 della serie Sandman.
In esso compare il figlio di W. Shakespeare, Hamnet, che fa alcuni interessanti commenti sul padre: “Lui (Shakespeare, ndr) è molto riservato. Non sembra ci sia veramente, non proprio. Sembra che sia altrove. Da qualsiasi cosa succeda lui tira fuori un racconto. Per lui sono meno reale di un qualsiasi personaggio delle sue commedie. Mia madre dice che è cambiato negli ultimi cinque anni (la storia è datata 23 giugno 1593, ndr), ma io non riesco a ricordarlo in nessun altro modo. Judith, mia sorella gemella, una volta scherzando disse che se fossi morto avrebbe scritto anche su questo ‘Hamnet’ […]. Tutto ciò che gli importa… gli importa solo delle storie.” Questo figlio non è invenzione di Gaiman, ma è esistito davvero e dai registri parrocchiali di Stratford sappiamo che nell’11 di agosto del 1596 egli fu sepolto all’età di undici anni. Anche in Sandman #19 ci viene detto che Hamnet è morto a undici anni e questo apre una doppia via al nostro studio: la prima è letteraria e “fantabiografica”, mentre la seconda è più propriamente meta-fumettistica e ci mostrerà Gaiman al lavoro su un’altra serie, The Books of Magic.
Iniziamo con la prima via il cui punto di partenza è Ulysses di James Joyce. Relazione completa di ciò che accade fra le 8 e le 2 di notte del 16 giugno 1904 per le strade di Dublino a Leopold Bloom e a parecchie persone che gli sono intorno (la moglie infedele Molly, il figlio putativo Stephen Dedalus in primis), e considerato uno dei capolavori della letteratura mondiale, diventa importante per questo nostro studio con il suo capitolo IX, “Scilla e Cariddi“, e anche qualche cenno del capitolo VIII, “I Lestrigoni“. Nel capitolo IX, fra tante altre azioni e pensieri, diventa abbastanza centrale la teoria del giovane artista Dedalus su Shakespeare e Hamlet, che parte dalla domanda. “Chi è Amleto?”. Afferma Dedalus: “E’ lo spettro del re, re ma non re, l’attore è Shakespeare che ha studiato ‘Amleto’ per tutti gli anni di sua vita che non furono vanità per recitare proprio la parte del fantasma […]. A un figlio egli parla, il figlio dell’anima sua, il principe, il giovane Amleto e al figlio del suo corpo (Hamnet Shakespeare, che è morto a Stratford) affinché il suo omonimo potesse vivere per sempre.” Continua Dedalus: “E’ possibile che quell’attore Shakespeare, spettro per assenza, e in veste del sepolto signore di Danimarca, spettro per morte, che diceva le sue parole al nome del proprio figlio (se Hamnet Shakespeare fosse vissuto, sarebbe stato il gemello del principe Amleto), è possibile, vorrei sapere, o probabile che egli non traesse o prevedesse la conclusione logica di quelle premesse. Tu sei il figlio spodestato; io sono il padre assassinato; tua madre è la regina colpevole, Ann Shakespeare, nata Hathaway”. In seguito, in altri due passaggi importanti, Stephen, prima afferma “Un padre […] è un male necessario. Egli scrisse il dramma nel mesi che seguirono la morte di suo padre (John, ndr). Ma se voi sostenete che egli, uomo che si avvia a divenire grigio, con due figlie da marito, con trentacinque anni, nel mezzo del cammin di nostra vita, con cinquanta di esperienza, è l’imberbe studentello di Wittemberg, allora dovete sostenere anche che sua madre settantenne è la regina lussuriosa. No, il cadavere di John Shakespeare non va a passeggio di notte.” e poi conclude decisamente, nelle pagine successive, che “Amleto, il principe nero, è Hamnet Shakespeare”. Dunque anche nelle pagine di Joyce, William Shakespeare appare come una figura eterea nella vita reale e che cerca la propria vita nelle opere teatrali; era la stessa conclusione a cui era arrivato l’Hamnet di Gaiman. Una differenza però consiste nel vedere da parte di Joyce, una fervida fantasia coadiuvata da una discreta esperienza di vita più o meno bilanciate, mentre da Gaiman l’ispirazione shakespeariana è quasi completamente dovuta al Signore dei Sogni (anche questa è “fantabiografia”, badate bene; eppure il numero 75 della serie diminuisce la forza del “dono” di Sandman). Ma forse in fondo è vero che Shakespeare abbia scritto “Amleto” pensando alla relazione fra sé e il figlio: negli undici anni della sua breve vita, effettivamente Hamnet avrà visto il proprio padre come uno spettro che ogni tanto gli parlava, e poi anche il nome è così simile e il nome è molto importante nell’opera shakespeariana. Gaiman fa dire ad Hamnet, come già scritto sopra, “Judith, mia sorella gemella, una volta scherzando disse che se fossi morto avrebbe scritto anche su questo ‘Hamnet'” ed è in un certo senso vero, se poi si considera che nell’opera “gemella” del Sogno di una notte di mezz’estate, cioè La Tempesta viene sostituito questo rapporto padre(spettro)-figlio con quello padre(creatore)-figlia con Prospero e Miranda (nel #75 della serie Gaiman proprio su questo gioca maggiormente). (Si noti che le due opere shakespeariane hanno molte cose in comune e non è un caso che siano le due che Gaiman decide di “rifare” in Sandman).

Un altro spunto dell’Ulysses è ancora dato dalle parole di Stephen Dedalus: “La fede in se stesso è stata prematuramente uccisa. E’ stato dapprima in un campo di grano […]. C’è, lo sento nelle sue parole, qualche stimolo della carne che lo spinge ad una nuova passione, un’ombra più scura della prima, che oscura anche la sua comprensione di se stesso. Un simile fato lo attende e le due furie si fondono in un gorgo […] L’anima è stata dapprima colpita a morte, un veleno versato nel padiglione di un orecchio dormente. Ma quei che sono ancisi nel sonno non possono sapere come si sono spenti a meno che il Creatore non doti le anime di loro di tal conoscenze nella vita avvenire.” Queste parole sembrano echeggiare in Sandman. La fede di Shakespeare in Morfeo effettivamente si incrina come abbiamo visto in quel campo di grano in cui nel #19 nel giugno 1593 il drammaturgo inizia a pagare secondo il contratto il Signore dei Sogni e le furie menzionate sembrano presagire quelle di The Kindly Ones che porranno fine al vecchio Sogno. Ed anche l’origine del contratto nel #13 sembra echeggiare altre parole di Dedalus che a sua volta cita Goethe “Guardati da ciò che desideri in gioventù perché l’otterrai nella maturità”.
Un altro particolare prima di concludere con l’Ulysses. Nel capitolo VIII, Bloom dà da mangiare a dei gabbiani per poi mettersi a riflettere sul tempo; nel capitolo IX, Dedalus dice “Shakespeare ha lasciato la casa dell’Ugonotto in Silver Street e passeggia vicino ai recinti dei cigni lungo il fiume. Ma non si ferma a dar da mangiare alla madre che spinge i suoi piccoli verso i giunchi. Il cigno dell’Avon ha ben altri pensieri.”
Il numero che la critica fumettistica unanimemente designa come il turning point della serie Sandman è il #8: in questo il dialogo fra Death e Dream avviene mentre i due danno da mangiare a dei piccioni. Credo che questi brevi passi dell’Ulysses abbiano dimostrato la cultura di Gaiman. Questo autore è un grande perché riesce a trattare allo stesso modo gli Eterni e i comuni mortali; proprio per questo un paragone con Shakespeare non sembra eccessivo. In fondo anche egli scrisse grandi tragedie, ma che al suo tempo avevano la valenza dei comics di ora: intrattenere e divertire. In fondo anche Joyce ha elevato ad eroi personaggi comuni e a riti sacri azioni banali (per poi attuare anche il processo inverso), ordendo trame intricatissime per quello che doveva essere un passatempo, cioè il romanzo, per cui non sarebbe un sacrilegio affiancarlo a Shakespeare e Gaiman.
A questo punto resta da percorrere la seconda via. Gaiman non ha scritto solo Sandman, ovviamente. Ha scritto romanzi, sceneggiature e altri comics, dei più disparati da Black Orchid alla miniserie Angela (spin-off di Spawn), le due miniserie di Death, Stardust e la miniserie introduttiva di The Books of Magic. Proprio su quest’ultimo si apre la nostra seconda via su Hamnet.
The Books of Magic parla dell’iniziazione di Timothy Hunter, il potenziale mago più potente della Terra, ai segreti della magia da parte di alcuni dei più importanti personaggi dell’occulto della DC Comics (un po’ la storia del popolare Harry Potter della Rowling). Quella che a noi interessa è la parte III, The Land of Summer’s Twilight che già dal titolo ci dà da pensare. Il buon Tim, accompagnato dall’androgina Dottor Occult, si ritrova a Faerie e dopo alcune avventure incontra la regina di questo luogo, Titania, già comparsa nel suddetto #19. Da quel numero riporto un dialogo fra Titania e Morfeo: “Quel bambino, quello che interpreta il ragazzo indiano, chi è?” “E’ il figlio di Will Shekespear, l’autore di questa commedia” “Uno splendido bambino. Molto piacevole, potrei incontrarlo?”. Alcune pagine dopo, sullo sfondo del dialogo fra Shakespeare e Sandman, si assiste alla tentazione di Hamnet ad opera di Titania (tra l’altro con una mela, un simbolo archetipico) che gli dice: “…E robusti draghi risponderanno al tuo richiamo e ti porteranno in volo per i cieli dolci ed ambrati. La notte non esiste nella mia terra, bel ragazzo, ed è sempre crepuscolo estivo”. Oltre al richiamare il titolo della parte di The Books of Magic che ci interessa, assistiamo anche ad un “dono accettato” da parte di Hamnet. Nelle leggi di Faerie, come vediamo anche in BOM #3, chi accetta un dono è obbligato a rimanere in quel luogo; Tim riesce a sfuggire alla legge, applicandone un comma, cioè riuscendo a dare in cambio un altro dono di pari valore (un uovo mondano). Dato che la rappresentazione in SMOD #19 avviene in una sorta di zona franca, quindi anche Faerie, Hamnet è obbligato a seguire Titania anche se non subito. In tutti i modi, il paggio che compare in questo numero è da lei chiamato proprio “Hamnet”, ed è ancora bambino come lo avevamo visto nel #19 di Sandman. Questo sta ad indicare che Gaiman non lascia nulla al caso; ogni riferimento è mirato e quasi niente è messo nelle sue trame senza un senso ben preciso. Pertanto il lungo percorso di raccordo fra Sandman #19 e #75, passa inevitabilmente da Books of Magic #3, anche se le puntate nel mondo di Faerie da parte di Gaiman non saranno poche (Seasons of Mists, World’s End e The Kindly Ones) così come le citazioni da opere di Shakespeare (se ne contano almeno una decina).

Concludo questa lunga dissertazione affermando quello che è scritto nel titolo, cioè che Gaiman è a tutti gli effetti anche un autore post-modernista alla Joyce. Partendo dal presupposto che non si può più dire nulla di nuovo, i Modernisti hanno attinto a piene mani da tutto riempiendo di citazioni tutte le loro opere, ma riuscendo alla fine a dire ancora qualcos’altro di nuovo  (esemplificativi sono i due capolavori del 1922, cioè Ulysses di Joyce e The Waste Land di T.S Eliot). Anche Gaiman ha attinto a piene mani da Shakespeare, da Milton (in Brief Lives), da Chaucer (World’s End), forse anche da J. Joyce, perfino da I. Calvino (in Soft places, SMOD #39) e da se stesso (autocitandosi) e dal modo di fare fumetto a lui precedente (il Sandman Golden Age, e quello della Silver Age, che fanno parte della continuity del suo Sandman, o Caino e Abele del precedente House of Secrets), facendo un’opera nuova, del tutto originale e alla fine anche fra il metaletterario e il “metafumettistico”. Ma soprattutto, infine, ha attinto dalla realtà a lui intorno, quella che ha bisogno di sognare e di sognare in un nuovo modo; ecco quindi il bisogno del finale aperto dell’ultima miniserie The Wake.

Bibliografia minima

Neil Gaiman e Charles Vess: A Midsummer Night’s Dream (SMOD #19),
The Tempest (SMOD #75)
e The Land of Eternal Twilight (BOM #3, 1st series), DC Comics.
Tutti i fumetti sono tradotti in italiano per la Magic Press, ma del primo e del terzo si possono ancora trovare degli one-shot pubblicati dalla Comic Art.

James Joyce: Ulysses, qualsiasi edizione. Una buona traduzione in italiano è quella pubblicata dalla Mondadori.

 


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