RECENSIONI: Martin Mystère n.ri 202, 207, 208, 216, 217, 218, 223, 224, 225 e 226 (gen. 1999-gen. 2001)

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RIPROPOSTA

Quarto gruppo di recensioni, tutte scritte da Marco Solferini. dopo quelle dedicate ai primi numeri di Dampyr, ai primi numeri Julia,ad allbi Dylan Dog (distanti tra loro sette anni), oggi è la volta di Martin Mystère, cone una sequenza di albi pubblicati tra gennaio 1999 e gennaio 2001.
Buona lettura e/o rilettura.
Mario B.

Nota bene:  Le copertine sono state scaricate dal sito https://www.fumetto-online.it/ che ringraziamo. Per le copertine © degli aventi diritti


Martin Mystère N°202/203

“I guerrieri del Lupo”

“L’occhio di Odino”

98 pg. B/N Brossura L 3.500

SERGIO BONELLI EDITORE

Sceneggiatore:  Marco DEPLANO

Disegnatore: Rodolfo TORTI

Copertina: Giancarlo Alessandrini

 

Recensione di Marco Solferini

Da poco varcata la soglia dei duecento numeri, il BVZM ci si presenta in una doppia storia che lo vede alle prese con la mitologia nordica, ed in particolare con un gruppo di guerrieri dotati di particolari poteri che li rendono simili a lupi famelici in grado di sgominare anche i più potenti avversari, impegnati nella ricerca di un oggetto che essi chiamano l’occhio di Odino, il quale darebbe loro un potere ancora maggiore, forse sufficiente a conquistare l’intero pianeta. A cavallo fra il passato, il presente ed un limbo dove il tempo sembra appunto incontrarsi, Martin Mystère si trova coinvolto nella vicenda per caso, o almeno vi entra in modo apparentemente secondario visto che sarà un amica della sua fidanzata Diana a trasportarlo nel vivo degli eventi. Dopo questo breve riassunto senza troppe pretese bisogna immediatamente fare un breve appunto che consiste nel fatto che le storie doppie, ovvero quelle che si svolgono in due numeri anziché uno, da sempre rischiano di diventare noiose o eccessivamente lente, se la narrazione non è sufficientemente supportata da una buona dose di azione e di tensione, ed è proprio questo ciò accade in questo caso: un eccessivo spazio riservato a dialoghi troppo prolissi, farciti di una eccessiva dose di specificazioni inutili, che schiacciano la già scarsa presenza d’azione e rendono alla lunga noiosa la lettura.
Ogni aspetto, da quello delle indagini a quello del misticismo, è trattato in modo troppo lezioso e superficiale. Il primo è quasi inesistente, ma viene tirato in ballo per dare più credibilità allo svolgersi degli eventi (che senso ha dilungarsi sulla tecnica usata dagli assaltatori alla caserma di polizia solo per dimostrare che sono dei professionisti? Se ci si riflette alla fine della storia, ci si rende conto che potevano tranquillamente essere in dieci anziché in tre, e la narrazione non ne avrebbe risentito) ed il secondo invece è utilizzato in modo improprio, abusando di varchi magici che oltrepassano le barriere del tempo e dello spazio, per fornire una lunghissima spiegazione che, più che esaltare la narrazione, gli dona una buona dose di sonnolenza. Anche dal punto di vista storico la vicenda appare scadente, perché se da un lato le informazioni relative alla mitologia nordica sono tutte esatte, questo non vuol dire che esse siano trattate in maniera esauriente e di fatti, un conoscitore di questa bella tradizione, troverà all’interno di questa storia, soltanto un polpettone di quelli che sono gli elementi più tipici di tale mitologia, senza però alcun approfondimento e, a questo proposito va ricordato che le proverbiali lezioni di storia del BVZM non sono un elenco della spesa che dev’essere per forza inserito nel contesto di una trama, ma una dei principali pilastri sui quali poggia la caratterizzazione del personaggio. Per meglio rendere l’idea di ciò che sto cercando di spiegare farò un esempio, cercando di essere il più succinto possibile: a pag. 73 del n.202, la prima vignetta è dedicata ad Odino appeso a testa in giù ad un ramo di Yggdrasil, l’albero della vita, con il costato trafitto da una lancia, e questo è quanto ci viene testualmente riferito. Ebbene, con queste poche righe si commette un vero e proprio scempio a riguardo della mitologia nordica, che non è una fiaba scritta da uno scrittore di serie B, bensì una narrazione complessa e affascinante: l’albero Ygg (che significa corsaro di Odino) Drasil (traduzione dubbia, ma probabilmente riferita ad un immagine della vita) è un frassino che avvolgerebbe tutti i piani dell’esistenza e sul quale poggia la realtà del mondo come noi la conosciamo. Odino nel restare appeso all’albero, effettua una delle tre prove che serviranno a dare l’immortalità agli dei (un’altra sarà proprio quella di cavarsi un occhio) e il fatto che lui sia ferito al costato (non mi risulta fosse a testa in giù, ma è possibile che qualche traduzione lo riporti) ha suscitato moltissimi commenti da parte di molti storici in merito all’immagine che si verrebbe a creare, la quale ricorderebbe la crocifissione di Gesù che ritroveremmo nel cristianesimo soltanto molto tempo dopo. Questi argomenti, trattati con la dovuta cura, sarebbero già da soli sufficienti per dare al lettore un infarinatura di natura mitologica sulle vicende nordiche, ma ciò non si verifica, e se pensate che una sola vignetta è stata capace di un simile spreco provate ad immaginare che cosa hanno combinato tutte le altre. In poche parole direi che ci risiamo, Martin Mystère si trasforma da fumetto dotto a fumetto superficiale, incapace di appassionare sia nella trama, la quale sfocia in un prevedibile climax finale nel quale poi si risolve con una serie di colpi di scena da film di serie B, sia dal punto di vista storico, dove il tutto si rivela troppo poco curato e presentato in maniera noiosa. In chiusura va ricordato che questo fumetto, a differenza di altri, punta più sulla storia che sul disegno e perciò gli sceneggiatori dovrebbero lavorare con maggior cura o chi li seleziona dovrebbe essere un po’ più attento e riflessivo.

GIUDIZIO scarso

 


 

Martin Mystere N°207/208

“L’enigma del Sator”

“Verso l’Apocalisse”,

98 pg. B/N Brossura L 3.500

SERGIO BONELLI EDITORE

Sceneggiatore:  Marco BERTOLI

Disegnatore: Franco DEVESCOVI

Copertina: Giancarlo Alessandrini

Recensione di Marco Solferini

Il BVZM ha fatto centro e i numeri 207 e 208, rispettivamente: “L’enigma del Sator” e “Verso l’Apocalisse”, compongono una bella saga in due parti, avvincente e soprattutto ben articolata.
La storia del Sator è narrata in modo semplice e chiaro, le nozioni storiche sono esatte e funzionali alla narrazione. Come spesso accade, parte della storia è occupata dalle vicende del passato che si ripercuotono sul presente, in questo caso c’è un buon bilanciamento degli eventi, che sono trattati in modo esauriente in ogni epoca. La storia era complicata e il rischio era senz’altro quello di cadere nel ridicolo o nell’ingenuo, spesso gli argomenti trattati da Martin non possono essere addolciti e, se riportati nella loro natura, rischiano di essere un po’ ostici o fortemente lacunosi a causa delle esigenze di spazio, ma stavolta la cosa è stata trattata con saggezza e il risultato è una storia che, seppure prolissa e con numerose ripetizioni, scivola via bene, alimentata dal clima di indagine e di scoperta, e accompagna il detective dell’impossibile fino alla risoluzione finale. La nota di merito va certamente nell’aver saputo conciliare la morte del professor Condrea con il Rotor ritrovato sul luogo della strage di San Valentino, il tutto funzionale a un finale per nulla scontato e ricco di colpi di scena. Una cosa è certa, il BVZM ha perso quella componente d’azione che lo accomunava all’Indiana Jones del grande schermo ed è diventato più detective. Quando le sue storie sono ben congegnate come in questo caso, ciò non rappresenta un problema, ma potrebbe esserlo quando la narrazione risulti essere scadente e allora un po’ d’azione potrebbe risollevarne le sorti. Il mistero del conto alla rovescia rimane anche se ci vengono date indicazioni più esaurienti, è probabile che l’evento di fine millennio che indebolirà il mondo possa essere l’Y2K, la sigla che nel campo dell’informatica rappresenta il baco di fine millennio (coinciderà forse con un ipotetico ritorno di Atlantide sulla terra?) e che è anche un libro attualmente il tutte le librerie che ha come titolo proprio questa sigla. L’attesa per questa minaccia è grande, anche se va rilevato che tutti sembrano saperne più del nostro Martin, ma va bene così, renderà più saporita la sorpresa. Devescovi è un buon disegnatore, molto adatto a ritrarre le ambientazioni storiche, sicuramente presa da illustrazioni di vario tipo e va indubbiamente rilevato che lui assieme ad altri stanno componendo un cast di tutto rispetto per il detective dell’impossibile che certamente vede nelle storie la sua maggior forza e anche il suo punto debole, ma che è giusto siano accompagnate da un disegno all’altezza (spero in futuro di poter rivedere delle tavole di Martin Mistère realizzate da Palumbo, che fece in passato un ottimo lavoro).

GIUDIZIO discreto

 

 


 

Martin Mystere N°216

“29 Febbraio”

98 pg. B/N Brossura L 3.500

SERGIO BONELLI EDITORE

Sceneggiatore:  Andrea PASINI

Disegnatore: Giovanni ROMANINI

Copertina: Giancarlo Alessandrini

 

 

Recensione di Marco Solferini

Il titolo lo presagiva, 29 Febbraio, il giorno che di norma non esiste, che si materializza una volta ogni quattro anni, per fare fronte alle esigenze che dallo spazio della nostra Via Lattea ci riportano al concetto di tempo, come noi lo definiamo e lo viviamo giorno dopo giorno. L’arrivo dell’anno duemila ha messo in fermento parecchi fra scienziati, archeologi e semplici matematici e statisti appassionati o affascinati dall’enigma del tempo. Come è nato? E’ forse legato all’interpretazione a noi oscura dell’Universo e come siamo giunti alla concezione e alla ripartizione odierna dei minuti, delle ore e dei mesi? Domande semplici, che come sempre, quando hanno a che fare con la natura dell’uomo e la sua storia diventano estremamente complesse nel trovare una risposta chiara o quantomeno attendibile. Le teorie impazzano. I dati certi vengono raccolti in numerosi volumi che, approfittando della data a tre zeri di fine millennio, vengono pubblicati da quasi tutte le case editrici e da essi ha tratto spunto anche il BVZM, per confezionarci un discreto pacchetto di informazioni, condito con una storia gradevole, ben orchestrata, misurata nei dettagli o meglio nelle vignette, con personaggi intriganti e un tema davvero ricco di sorprese che, come s’intuisce dall’ultima vignetta dell’albo, non esaurisce i suoi spunti. Belli davvero i disegni, ma non è una novità per Romanini, un po’ plastico nelle espressioni facciali femminili, ma straordinario nelle ricostruzioni storiche di cui l’albo è ricco.
Il BVZM, dal canto suo si ritrova con la presentazione di un libro che esalta la sua logorrea, in un susseguirsi d’informazioni e ricostruzioni storiche sulle peripezie dei nostri antenati alle prese con le fasi lunari e solari. Era un argomento difficile, perché esistono molte teorie riguardo il tempo e l’interpretazione dei popoli antichi in rapporto con le stelle e lo spazio circostante e ancora oggi alcuni fra i più stimati ricercatori, si fanno portatori di teorie al limite del fantascientifico.
La scelta dello sceneggiatore, in un campo così vasto è stata chiara: fatti pertinenti all’analisi storica. La storia ci guida attraverso gli eventi e le date, assicurandoci un cammino meno fantasioso e più corretto. La sintesi è stata difficile, non era facile tralasciare informazioni a fronte di altre e rendere il discorso ugualmente scorrevole ed evitare che fosse noioso. Stiamo parlando, mi ripeto, di un argomento sul quale non basterebbero cento albi di Martin Mystére per esaurire le argomentazioni. Il risultato è stato eccellente. Nozioni corrette, secondo un filone storicamente riconosciuto e pertinente alla realtà dei fatti (probabilmente sono state volutamente omesse le concezioni degli antichi Maya, degli Atzechi, degli Inca, degli Olmechi e di molti altri popoli, fra i quali gli Indiani d’America e d’Oriente, perché si rapportavano troppo all’astrologia e ad aspetti ancora troppo misteriosi, legati alla loro storia e alla loro concezione del rapporto fra lo spazio e il tempo, anche se occorre precisarlo, i due calendari Maya, lo tzolkin, dove kin significa sempre giorno ed il uinalkin, l’uno il calendario sacro e l’altro il calendario profano, per i Maya esistevano diversi piani di considerazione del tempo, sono i più precisi che la storia abbia potuto riscontrare).
Il tutto senza tralasciare la componente Mysteriosa e in parte avventurosa dell’albo.
Novantotto pagine complete e il prezzo di copertina, se rapportato ad altri albi che si trovano in edicola allo stesso prezzo o magari ad uno maggiore, appare davvero esiguo.

GIUDIZIO buono

 

 


 

Martin Mystere N°217/218

N°217 “D’improvviso una notte”

N°218 “L’essenza del male”

Sceneggiatore:  Paolo MORALES

Disegnatore: Luisa ZANCANELLA

Copertina: Giancarlo Alessandrini

98 pg. B/N Brossura L 3.500

SERGIO BONELLI EDITORE

 

Recensione di Marco Solferini

Atmosfere inquietanti, primi piani colmi di riflessive disquisizioni morali e l’ombra minacciosa di un male antico carico di una suggestiva quanto macabra magia rituale, sono gli elementi che compongono i n° 217 e 218 di Martin Mystére. Una lunga storia la cui narrazione differisce dai consueti canoni a cui il BVZM ci ha abituato, ma che, se esaminata con benevolo occhio critico, risulta assai gradevole. Non mancano pesanti quanto improvvisi cali nella qualità narrativa, sono evidenti alcune forzature che stonano con la storia e la rendono improbabile, soprattutto nella fase conclusiva, dove si ha la sensazione che la corda troppo tesa possa spezzarsi quando Mystére si rivela prezioso per il rito e i suoi movimenti orchestrati al fine di renderlo partecipe per lo stesso. La forza della storia risiedeva proprio nell’improvvisazione, negli eventi misteriosi che coinvolgevano il detective dell’impossibile, trascinandolo in un vortice di scoperte all’ombra di un misticismo che intrigava e inquietava al tempo stesso. Rivelare che il tutto era una macchinazione ordita dalla setta è controproducente, perché si annulla ciò che prima era stato, in sostanza vengono meno quelle sensazioni che il lettore ha provato immedesimandosi nel protagonista, una volta tanto, non un saccente e inarrivabile esperto di storia, ma un uomo comune, preda di una situazione che, in linea teorica, potrebbe coinvolgere chiunque.
Se da un lato la trama si rivela originale rispetto alle precedenti narrazioni di Martin Mystère, è un originalità molto condita da elementi cinematografici. Evidenti sono i riferimenti al cinema di Hitchcok e al più recente Eyes Wide Shut, di Kubrick, al quale a mio avviso è inspirata la festa in maschera.
Il punto forte sono probabilmente le caratterizzazioni di alcuni personaggi. La dark lady “Stella” e il potente quanto misterioso Guru Asoka Surya. Per quest’ultimo occorrono delle precisazioni che vanno a scapito anche in questo caso dell’originalità. Per prima cosa i caratteri indiani dell’uomo sono gli stessi di una divinità, il Dio Krisna, noto appunta per la sua bellezza e al sua forma umana. Riguardo al nome, è un assemblaggio storico, in quanto Asoka era il nome di un ré molto celebre, un sanguinario, visto che sterminò i suoi fratelli per arrivare al trono, ma anche un illuminato, poiché fu il primo sovrano d’oriente che, dopo aver unificato gran parte dell’India, avendo partecipato a una sanguinosa quanto cruenta battaglia, si pentì di tale violenza e ordinò un codice della moralità, che i suoi saggi scrissero e che lui volle affidare a numerosi suoi viaggiatori poiché gli facessero da ambasciatore e recapitassero tale messaggio in terre lontane. Che fine fecero resta un mistero, poiché se ne persero completamente le tracce e di tale codice a noi è pervenuto solo una iscrizione su colonne e un’altra basata su un complesso numero di sigilli. (il sanscrito, non aiuta di certo la decifrazione). Surya invece è il nome di una dinastia indiana, molto influente che alcuni sostengono esista ancora ai giorni nostri. Naturalmente ho sintetizzato, ma il lettore che provi interesse in questi argomenti troverà tutto nel libro “Storia dell’India” di Stanley Wolpert (non è pubblicità occulta, poiché tale storico e studioso dell’India è fra i più noti e non ha rivali in quanto a completezza su ciò che ha scritto). Un ultima precisazione riguarda le sette tantristiche a cui si fa riferimento nel primo albo. Esse erano note per le orge di sesso che praticavano i loro adepti e per tali erano anche malviste dalla generalità delle altre religioni di cui ricordo, l’India è molto piena. Ne esistono di varie versioni, io quella raccontata nel fumetto non l’ho mai sentita nominare, ma non escludo che esista, di certo coloro che partecipavano a tali orge non dovevano “venire”, ossia non doveva esserci eiaculazione poiché si pensava che il seme se non fuoriuscito, sarebbe salito fino al cervello stimolandone alcune ghiandole che avrebbero aperto i sentieri della percezione (in questo caso chi è interessato può sempre sperimentare di persona). E’ possibile che lo sceneggiatore abbia optato per delle metafore animali per raccontare un rito altrimenti un po’ ostico per le pagine del BVZM. Giudicate voi.
La narrazione ha dei toni molto accesi ed a tratti cruenti, lo dimostra nella tragica fine della medium e nel finale letteralmente al “sangue”. I disegni sono molto belli, la disegnatrice è stata molto brava soprattutto nel rendere le espressioni facciali nei primi piani, il che in questo caso vuol dire molto ed è inoltre altrettanto brava nel disegnare le figure femminili, sensuali e di classe. Notevoli le riflessioni, anche se spesso ispirate a frasi di celebri scrittori, ma ugualmente gradevoli. Personalmente reputo questo doppio racconto un esperimento che potrebbe portare il BVZM a muoversi in territori a lui ancora preclusi.
Un passo è già stato intrapreso, la parola come sempre agli sceneggiatori.

 

GIUDIZIO buono

 


Martin Mystere N°223

“Un altro mondo”

96 pg. B/N Brossura L 3.800

SERGIO BONELLI EDITORE

Sceneggiatore:  Vincenzo BERETTA

Disegnatore: Franco DEVESCOVI

Copertina: Giancarlo Alessandrini

Recensione di Marco Solferini

Il detective dell’impossibile ritorna a Faerie, il regno incantato dei sogni, dove dimorano i personaggi della fantasia umana ed è un ritorno amaro, poiché la storia ci narra le vicende di una coppia di ragazzi, sfortunati eredi di una maledizione e perciò condannati a una fine predestinata, anche se uno di loro forse lo rivedremo, di solito nei fumetti chi muore solo per sentito dire a volte ritorna e potrebbe essere questo il caso di Sean, il fratello di Lillian di cui si perdono le tracce poco prima del gran finale. Mystére dal canto suo condisce la trama con l’ironia soffusa e sorniona tipica del BVZM e l’ingegno risoluto, frutto della sua enciclopedica conoscenza di tutto ciò che ha a che fare con il Mystero, che gli permette di sconfiggere nemici storici come gli Uomini in Nero e creature a dir poco demoniache come il Vurklan, un negromante dalle sembianze tanto aristocratiche quanto mortali.
Ritmo gradevole e affascinanti spiegazioni inerenti al libro di Kells e ad alcune passate tradizioni cristiane in terra d’Irlanda, l’autore è stato sintetico e preciso e la storia ne ha giovato in freschezza e fantasia nonché in un pizzico di dinamismo in più da parte del protagonista, il che trova tutto il mio appoggio. Proprio in questi giorni ho comperato alcuni degli integrali pubblicati dalla Lizard e ho dovuto constatare con nostalgia il tempo in cui Martin Mystére rivaleggiava con Indiana Jones (a tal proposito giova ricordare che malgrado l’età Harrison Ford interpreterà nuovamente il celebre Indi).
Faerie amara non c’è che dire, il fato dei due giovani irrita il detective dell’impossibile, che si dimostra più moralista che mai per poi ritrovarsi in pigiama davanti a una scogliera in terra d’Irlanda (freschino no?), ma contro il destino, per spietato che sia, nemmeno Martin Mistére può nulla.
Molto buoni i disegni di De Vescovi, che si stacca parecchio dalla media dei disegnatori di questa serie, in verità piuttosto scarsa.

 

GIUDIZIO discreto

 


 

Martin Mystere N°224/225

“L’isola dei morti”

“Oltre la soglia”

96 pg. B/N Brossura L 3.800

SERGIO BONELLI EDITORE

Sceneggiatore:  Andrea PASINI

Disegnatore: Gianluigi COPPOLA

Copertina: Giancarlo Alessandrini

 

Recensione di Marco Solferini

Non si può certo dire che i quadri portino bene al Detective dell’impossibile, prima con “Operazione Dorian Grey” poi con “Il sorriso venuto dal passato” e adesso è il turno de “L’isola dei morti”: un quadro davvero celebre in tutta Europa, che deve parte di questa sua celebrità al fatto di essere stato fra i dipinti preferiti di Adolf Hitler e che, nel doppio episodio natalizio di Martin Mystére, crea non pochi problemi al Buon Vecchio Zio Marty poiché una setta di personaggi nati nella metà del 1800, dopo aver scoperto e sperimentato gli effetti dell’Entelechia, magico fluido la cui origine è fatta risalire al celebre Paracelso, attribuisce all’enigmatica tela un potere, da loro battezzato come principio di morte, in grado di mitigare il principio di vita contenuto nell’Entelechia.
Una storia a cavallo fra presente, passato e trapassato. Il più accreditato nel ruolo di protagonista è certamente il medico Hans Balthasar, una figura che rispecchia quella del medico europeo della seconda metà del 1800, un epoca in cui il cuore degli studiosi era diviso fra il processo tecnologico e scientifico, cui la ricerca stava andando incontro, incrementato di anno in anno dai molteplici e geniali studiosi i cui nomi ritroviamo nei libri di storia, ed il bagaglio dovuto all’arte dell’alchimia, ripudiata nei secoli bui come arte del demonio in grado di evocare gli spiriti del male, ripresa durante l’illuminismo ad opera di coloro che intravedevano nei lumi della ragione la possibilità di rivaleggiare con qualsiasi forma di vita senziente, per poi essere trattata in modo freddo e ambiguo proprio verso la fine dell’ottocento. Tuttavia esiste una curiosità che pochi conoscono: gli attuali proprietari di alcune delle principali e più importanti ditte farmaceutiche, i suddetti colossi della farmaceutica, seppur nelle dovute proporzioni ad opera di fusioni, acquisizioni e tutto ciò che riguarda le trasformazioni che una ditta può subire a causa dei processi economici, vantano origini proprio nella seconda metà dell’ottocento ad opera di personaggi a volte oscuri, che subivano il fascino dell’alchimia, pur professando nelle vesti di integerrimi dottori.
La figura di Balthasar è trattata con malinconia, con nostalgica tristezza, frutto di una benedizione che si è trasformata in una maledizione, condannando la setta che voleva dominare il mondo, alla spasmodica ricerca di un modo per sfuggire alla morte.
Il finale è tragico: alla disillusione segue il suicidio di massa.
A tal proposito giova ricordare che anche il precedente episodio aveva avuto un esito amaro.
Il detective dell’impossibile non dev’essere il veicolo attraverso il quale narrare le altrui vicende, in questo caso peraltro ripetute in maniera eccessiva: ci saranno almeno quattro riassunti di ciò che è successo, e questo è inevitabile quando si creano degli intrecci eccessivamente complicati fra presente e passato, correndo il rischio di dover utilizzare i riassunti o le specificazioni come riempitivi, rallentando l’evolversi della trama e annoiando il lettore. Non è la prima volta che accade ed è forse a tutt’oggi, il rischio nel quale il BVZM cade più spesso.
Ciò non succederebbe se vi fosse una linea omogenea su come gestire il personaggio, dei tratti comuni a tutti gli sceneggiatori. Non mi riferisco alle caratteristiche tipiche caratteriali del personaggio, bensì ad un impronta caratterizzante l’evolversi delle storie che si esplicita nel ritmo narrativo, la scelta dei tempi, l’approccio metodologico e l’uso dei personaggi non – protagonisti.
La trama in questione era abbastanza originale, pur dovendo ricordare che la letteratura per quanto concerne i quadri Mystériosi ha già enfatizzato l’immaginazione di tantissimi autori (da ricordare l’allegato allo speciale Martin Mistére N°14) ma l’idea di entrare all’interno del dipinto, di presiedere a questo luogo che ho identificato come una sorta di limbo, era allettante, peccato per l’appesantimento dovuto alle eccessive ripetizioni storiche, come pure all’utilizzo di alcune chiavi narrative che non hanno altro compito se non quello di permettere agli autori di andare avanti con la sceneggiatura base (come facciamo a far si che Mystére arrivi in casa dei due simpatici vecchietti e scappi con una pillola? Semplice, inventiamoci un bell’esperto d’informatica di nome Barry Turner che intercetti un messaggio via internet). Le tecnologie devono essere funzionali allo svolgersi della narrazione e non servire alla stessa, troppo comodo sciogliere i nodi inventandosi delle vie di fuga semplicistiche, qui non si usa l’immaginazione, ma soltanto la furbizia senza contare che il fatto che l’ispettore se ne vada lasciando Mystére a casa dei due novelli matusalemme, è un comportamento ridicolo e illogico, forzatamente fine a se stesso.
Nel complesso definirei questo doppio episodio natalizio senza infamia e senza lode anche se non so cosa sia più triste, se la strage di tanti poveri vecchietti ultra secolari (possibile che in più di centocinquant’anni questi non abbiano fatto altro che rammaricarsi della loro situazione?) o il Natale di Martin Mystére che, bottiglia di vino rosso alla mano, sembra già pronto anche lui per una trasferta all’ospizio.

GIUDIZIO sufficiente

 

 


 

Martin Mystère n°226

“La grande truffa”

96 pg. B/N Brossura L 3.800

SERGIO BONELLI EDITORE

Sceneggiatore: Alfredo Castelli

Disegnatore: Rodolfo Torti

Copertina: Giancarlo Alessandrini

 

 

Recensione di Marco Solferini

Una storia fuori dagli schemi per inaugurare il nuovo millennio, una storia, scritta da Castelli, molto divertente, dinamica, per certi versi avvincente e che sfugge ai consueti canoni a cui eravamo abituati.
Anno nuovo vita nuova, recita il proverbio, se ciò fosse vero, dato che oltre all’anno abbiamo anche cambiato millennio tale detto dovrebbe essere elevato a una potenza pari a “n” volte superiore. Staremo a vedere, anche il titolo del prossimo albo è accattivante, potrebbe presagire un cambio di registro nelle avventure del BVZM.
Nella fattispecie in questione, ho trovato il prologo molto divertente ed anche notevolmente introspettivo rispetto alla trama che avrebbe introdotto. Le dimensioni parallele, un indizio che a tratti sembrava l’unica risposta, ma che alla fine si rivela tutt’altro che veritiero, difatti il mystéro si risolve con un’altra teoria: quella dei sosia. A proposito delle dimensioni parallele, va detto che in chiave romanzesca se ne sono viste di tutti i colori, questo è indubbio e che spesso il finale ha lasciato l’amaro in bocca a molti lettori, ma la realtà è tutt’altra cosa e gli appassionati del genere possono seguire gli studi e l’evolversi di teorie affascinanti sul tempo e sulle dimensioni parallele su internet che, vi assicuro, risultano molto più avvincenti degli omonimi romanzi che di tanto in tanto popolano il firmamento editoriale. Discorso analogo vale per i film. Spesso retorici e trascurati nei particolari o magari alla caccia del sensazionalismo sfrenato a discapito della coerenza (non sempre però, di recente ho visto “Il tredicesimo piano” e lo consiglio a tutti gli appassionati, in particolare modo la versione in DVD).
Ritornando al nostro albo di novantotto pagine, la storia è un classico in tutti i sensi, si apre in modo lento per poi accelerare e trascinare un uomo comune in un turbine di eventi travolgenti, coinvolgendolo in ricerche impossibili, omicidi, inseguimenti e fantascientifici luoghi. Tutto “normale”? Lo sarebbe se il protagonista fosse un certo professore di nostra conoscenza o almeno così ci è dato di credere. Gli autori sono stati abili e non fanno mai pronunciare il suo nome e persino quando è lui stesso a rivelarlo, in macchina accanto alla sua potenziale alleata, egli si riserva di pensare che un nome falso sarebbe più appropriato, anche se poi opta per la verità, ma questo il lettore non poteva certo intuirlo. Un trucco semplice, che ci ricorda quale potenzialità il fumetto riserva agli autori, nel poter facilmente distinguere ciò che il personaggi pensano da ciò che dicono o fanno. In tal senso il fumetto è immediato e questo è un suo punto di forza, che troppe volte viene strumentalizzato per consegnare al lettore spiegazioni semplicistiche e ovvie sugli eventi passati. Lo stile di un narratore emerge anche da questi piccoli orpelli, come pure il fatto che il protagonista sia mancino e in effetti a ben guardare, egli usa più spesso la mano sinistra che la destra: quando alza il telefono, quando scrive al computer, quando fruga nel cassetto e in molte altre occasioni.
L’intreccio finale è godibilissimo e affascinante: lo stesso luogo e il mancato incontro, ritardato fino alla puntata televisiva dove i nodi si sciolgono con semplicità, senza complesse e ingombranti spiegazioni che avrebbero di certo stonato con il climax dell’intera storia e tutto torna a quadrare, anche i rispettivi lavori che portavano entrambi i “professori” a contatto con le case editrici.
Per una volta il BVZM ha ceduto il passo a un suo “coetaneo” e l’esito è un albo tutto da leggere e da gustare.
Una piccola nota dolente sono i disegni di Torti, che più passa il tempo è più tende a “clonare” il tratto di Alessandrini, senza più esprimere il proprio talento che di certo possiede, e soprattutto deformando sempre più i visi che diventano così grotteschi e decisamente poco espressivi. Un vero peccato per un autore i cui primi lavori su questo personaggio innalzarono di molto la media dei disegni che allora era decisamente bassa.

GIUDIZIO buono
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